Socotra, l’isola dei tesori

Un arcipelago dove la natura è intatta che ora si apre alll’ecoturismo.
Grazie a uno straordinario progetto di conservazione. Guidato da un italiano.


Il momento più emozionante: quando è calata la notte. Nera, nerissima. Sotto un cielo di mille stelle, che luccicavano come diamanti. Perché eravamo in cima a una montagna, nel centro di un’isola, in mezzo all’oceano, nel cuore di un mondo selvaggio e sconosciuto ad altre fonti di luce diverse dal sole. E dal fuoco. Che i pastori avevano appena spento. I capi villaggio ci avevano cucinato carne di capra arrosto e riso con zafferano e chiodi di garofano, il dolce era pane arabo appena sfornato intinto nel miele delle api selvatiche. Poi avevano scaldato la pelle dei tamburi sulle braci e intonato un canto molto ritmato, quasi ipnotico. Ci hanno coinvolti in una danza mimando il rituale del matrimonio. Vestito da donna (è bastato un velo sul capo), uno degli uomini si è trasformato in un comico, e allora giù tutti ai ridere, al di là delle nostre differenze di lingua, di cultura. Lì, in mezzo al nulla. E al tutto. Avevamo inaugurato il camp site del parco naturale di Homhil. Protagonisti di un esperimento di turismo ecosostenibile in una riserva mondiale della Biosfera: Socotra. Una delle dieci isole – assieme alle altre tre dell’arcipelago: Abd El Kuri, Darsah e Samha – più importanti al mondo per la biodiversità. Preziosissima, oggi che il 25 per cento delle specie animali è a rischio estinzione.

Come le galapagos
Qui sopravvivono animali e piante ormai scomparsi altrove: 300 specie delle 900 finora catalogate sono endemiche, ovvero esistono solo qui. Anche perché qui, complice l’isolamento di millenni, ha prodotto esseri viventi unici e speciali. I primi esploratori favoleggiarono infatti di queste “Galapagos dell’Oceano Indiano”: un soprannome che si meritano ancora. Leggendaria e misteriosa per fama, c’è ancora chi crede Socotra un rifugio di pirati. Invece ospita uno dei popoli più miti della Terra (44 mila abitanti). Isolati come sono (400 chilometri a sud della Penisola arabica), non hanno mai avuto invasioni, né hanno animali predatori. Combattono la siccità con i fiumi stagionali, sopravvivono grazie ai prodotti della terra e della natura. Parlano una lingua preislamica e si curano con resine antichissime, come l’incenso, e il cinnabar, o “sangue del drago”. La cattiva fama dell’isola viene dai monsoni che soffiano imperterriti da giugno a settembre, rendendo le coste molto, molto insidiose. Fino al ’99 non c’era aeroporto, e allora davvero qui si viveva isolati. Era il ’97 quando Edoardo Zandri, 39 anni, romano, agronomo tropicale, viene scelto con un concorso internazionale dal Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) per dirigere il Progetto Socotra del Fondo mondiale per l’Ambiente. Gli danno 5 milioni di dollari e un incarico delicatissimo: studiare e classificare l’ecosistema dell’arcipelago, preoccupandosi della conservazione e sviluppo di uno dei luoghi più poveri del pianeta. Zandri parte su un aereo militare – “Si viaggiava come su un carro bestiame…”, ricorda – con la moglie, Teresa Di Micco de Santo, biologa specializzata in zoologia. Sull’isola, ricorda, “non c’erano né luce, né acqua (nemmeno in bottiglia), né telefoni, né ospedale, né strade asfaltate. Niente case, né uffici. E nemmeno frutta, né verdura (non c’era la consuetudine di coltivarla: oggi un progetto rivolto alle donne sta introducendo lentamente pomodori e altri ortaggi per variare l’alimentazione carente di vitamine). C’era solo tanta, meravigliosa natura da conservare, e gente buona, ospitale, poverissima, da aiutare”. Sono i primi stranieri a vivere sull’isola per un tempo prolungato.

Lagune e paesaggi lunari
“Abbiamo portato tutto dalla terraferma: dal chiodo al computer”, prosegue Zandri. “Abbiamo vissuto così per oltre un anno: si coltivava l’orto, si cucinava il pane, si bolliva l’acqua per renderla potabile. Teresa è stata bravissima a dividersi fra casa e lavoro, lei insegnava educazione ambientale ai ragazzi che poi sarebbero diventati parte del team (oggi siamo 90 di cui 60 locali: uomini e donne, fra guardie forestali, responsabili di zona, artigiani, assistenti, autisti)”. Edoardo e Teresa hanno il primo figlio nel ’99: nasce a Roma, ma a 31 giorni arriva a Socotra e vi trascorre i primi due anni di vita. “Ci siamo tutti ammalati di malaria, ma sono cose che capitano”. Al piano di conservazione si unisce la catalogazione delle specie – “Ne scopriamo di nuove in continuazione” -, ma la vera sfida è lo sviluppo compatibile. E l’ecoturismo, di cui si sta occupando un giovane ricercatore inglese in forze al progetto, Miles Davis. Già il team di Zandri è riuscito a fermare una strada asfaltata che avrebbe deturpato una parte della costa. “Ma ogni giorno c’è una nuova minaccia: è molto più facile distruggere, che proteggere”. Lo si vede ad Hadibo, piccola capitale già malata di modernità: i sacchetti di plastica svolazzanti si uniscono alla polvere e al rumore dei fuoristrada che corrono fra case edificate senza regole. “A scuola e nei villaggi insegnamo educazione ambientale”. Ma ci vuole tempo, e pazienza. Grazie al Progetto, a Socotra è nato anche l’ospedale e, per la prima volta, in aprile è arrivata una pediatra, la livornese Vittoria Perez. La fila davanti al suo ambulatorio era commovente il primo giorno di visite. Altri medici italiani si alternano, come Alberto Angelici e Gennaro Nasti. Tutti volontari. L’Italia è uno dei partner più attivi del Fondo per Socotra, vi contribuisce per oltre 3 milioni di dollari. I finanziamenti del Fondo mondiale sono terminati nel 2001, adesso uno dei compiti di Zandri è reperirne ovunque sia possibile.

Libellule rosse e aragoste blu
Ai cento paesaggi dal laguna blu, come a Qalansia, Di Lishiah e nella riserva marina Di Hamri, in cui il turchese del mare si mescola a enormi dune bianchissime che al sole sembrano neve, quando ci si addentra nell’isola si sostituiscono paesaggi da film fantasy, con una vegetazione “preistorica”. Come, a Dixham, gli alberi del drago, gigantesche dracene vecchi non di secoli, ma di millenni. Talmente antichi che, spiega Abdulraqib Shamsan, guida naturalistica, “i semi che cadono non attecchiscono più” Stanno provando a riprodurli in serra. La resina rossa che si estrae dal tronco (il “sangue del drago”) è un ottimo coagulante e vasocostrittore, ma anche colorante e cosmetico. Abdelkader Bensada, botanico, indica le rose del deserto con i tronchi laghi e cavi come otri, quasi antropomorfi, i fiorellini rosa su rami che sembrano di pietra: un’altra mutazione creata dal tempo, presenti solo qui e in nessun altro luogo. E i granchi endemici, i sette tipi di incenso e l’euforbia di El Kuri. Fra rocce di granito rosa e arancio e inserti di arenaria, modellata dall’acqua durante la stagione delle piogge. Che, quando arriva, a Homhil crea una stupefacente piscina naturale in fondo alla valle, e se ci nuoti dentro ti sembra di essere tutt’uno con il mare, perché c’è solo un piccolo istmo di granito che la divide dal cielo, e dall’oceano, sotto, in fondo al wadi, la valle fluviale. Ma questa è Socotra, e nulla che vedete vi sembrerà possibile, reale. Né le libellule blu elettrico, oppure rosso vivo, né le enormi aragoste screziate di azzurro. Piante, animali, di un’altra epoca, di un altro mondo. Eppure molto più vicini di quanto si pensi. Socotra non è che a poche ore d’aereo dall’Europa. Ma è bene che rimanga così: misteriosa e segreta, aperta solo a quei viaggiatori eco-sensibili che rispetteranno il suo scrigno di tesori naturali. Per loro, soltanto per loro, la Socotra Ecotourism Society ha solo in programma escursioni, ma anche nuotate fra i delfini e barbecue in spiaggia. Sarà uno dei luoghi più selvaggi al mondo, ma il servizio e il cibo sono a cinque stelle. Anzi, a mille, come quelle che illuminano la sua nerissima notte.

La neonata Socotra Ecotourism Society fa parte del progetto di conservazione e sviluppo dell’arcipelago promosso dall’Onu (www.socotraisland.org). Si può anche aderire al Socotra Conservation Fund, che raccoglie i finanziamenti (tel. 009671425310). Ha uffici ad Hadibo e in aeroporto (tel. 009675660132, e-mail: ecosocotra@socotraisland.org, oppure edoardo.zandri@undp.org), sempre aperto all’arrivo dei due voli settimanali per l’isola (info: www.yemenia.it). Sull’isola ci sono guesthouse più o meno spartane, oppure i nuovi camp site (alcuni con moderne tende canadesi) allestiti in riserve protette, come Homhil e Di Hamri. Fra i tour operator italiani più specializzati nell’isola, ci sono Antichi Splendori (www.antichisplendori.it, tel. 0118126715) con tour botanici e naturalistici di 4-5 giorni, e La Scatola blu Dive (www.lascatolablu.it, tel.0532241454), specializzato in diving, con una vasta conoscenza dei fondali.

Alessandra Beltrame

Condividi su

3 risposte a “Socotra, l’isola dei tesori”

    1. cara teresa, è un reportage che ho fatto in yemen, lo splendido e poverissimo yemen. è stato pubblicato su Grazia. anch’io ho ricordi meravigliosi di socotra, nel pezzo ho raccontato quello che ho vissuto. indimenticabile. anche per la temperatura: 40 gradi!

  1. cara teresa, rileggendolo, ho scoperto che ci sei anche tu! edoardo zandri, che ho conosciuto per caso sull’aereo, è stato uno dei miei preziosi ciceroni, poi ho avuto anche ottime guide locali. ma adesso sono curiosa di sapere il prosieguo della storia. quanto vi siete fermati, avete notizie della situazione ora? un saluto

Rispondi a alessandra Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *