Giuliana Pozzo

Interviste alle donne del Friuli Venezia Giulia.

Da tempo, hanno una tribuna riservata vicino alla curva sud. Alla quale accedono agevolmente con le carrozzelle. “Quando ho cominciato a occuparmi dell’Udinese, mi è sembrato doveroso pensare ai nostri tifosi meno fortunati”. La tribuna per i disabili non è l’unico impegno di Giuliana Pozzo nel campo della solidarietà, ma ne è certo l’esempio più visibile. Soprattutto dopo la vergogna di Rotterdam, alla finale degli Europei, dove ci si è dimenticati di trovare uno spazio per i portatori di handicap, con le conseguenze che tutti hanno visto. “Il calcio è un enorme veicolo di promozione di molte cose. La capacità, attraverso di esso, di produrre iniziative di solidarietà, mi ha colpito fin da subito. Di tutto ciò che faccio per l’Udinese, è la mia fonte di maggiore soddisfazione”, spiega la tenace signora del calcio friulano, la cui immagine appare in verità più vicina a quella di un’energica donna manager che di una benefattrice. Eppure, questo saper coniugare la potenza della società di famiglia a risultati non solo sportivi le è valso il Guerin d’oro, mentre il suo esempio fa scuola: società come Parma e Lazio hanno di recente chiesto consigli su come convogliare le loro energie per nobili finalità ad alto contenuto d’immagine. Come il premio Eurochampion, altra abilissima operazione commerciale che fa da volano alla promozione della regione nel mondo. Dietro a tutto questo, c’è ancora lei.
Difficile però inquadrare Giuliana Linda, sposata Pozzo. Questo è forse il suo primo ritratto completo per il quale ha accettato di posare, lei fra le prime donne protagoniste di questo Friuli degli ultimi anni, un Friuli rampante, aggressivo, passionale, di certo non ripiegato su se stesso. Un ritratto a molte facce, dalla manager alla madre affettuosa, dalla commerciante alla donna che sa commuoversi. Ma che cerca di non mollare mai. Confessa di non aver resistito all’ennesima replica di “Via col vento” alla tv e ne trae un commento: “Nella vita vorremmo essere tutte un po’ Rossella O’Hara e avere il sopravvento quando il mondo maschile tenta di schiacciarci”.
Ma già nel suo Dna, Giuliana Linda portava i cromosomi giusti: nipote del presidentissimo Giuseppe Bertoli e cugina del compianto successore, Dino Bruseschi. Potenza del destino, si è ritrovata con il pallone in mano grazie al marito Gianpaolo, ma con un capitale personale non trascurabile, che affondava le radici nella storia del calcio friulano. Per questo, quando la attaccano, non transige: “Da buona carnica, sono molto permalosa. Ho una memoria d’elefante e non perdono. Ma le critiche e le invidie sono degli stimoli incredibili, mi spingono a fare sempre di più”. E va giù duro, quando aggiunge: “Per dove sono arrivata, assieme alla mia famiglia, avrei voluto essere riconoscente. Ma ho potuto dire grazie soltanto a pochissime persone”.

LADY DI FERRO. In effetti, le critiche non sono mancate nei confronti di questa lady di ferro del pallone, ora a pieno titolo inserita fra i Vip del calcio internazionale, amica dei più famosi giornalisti, dal direttore della Gazzetta Cannavò a Biscardi. A un certo punto, sembrava quasi, leggendo certe cronache, che tutto dipendesse da lei, la scelta dei giocatori, quella degli allenatori. Con accuse di indebite ingerenze e scarsa professionalità che l’hanno profondamente ferita, anche perché “del tutto false: non mi sono mai occupata degli aspetti tecnici”, dice, mentre sorseggia un caffè nell’impeccabile giardino della villa dove abita in città, a due passi dal centro. L’unica “colpa”, se così si può chiamare, fu quella di rappresentare l’immagine dell’Udinese, quando il marito assunse un ruolo più defilato. “Ci è parso giusto che alcune cose restassero in famiglia e io ero l’unica che risiedeva a Udine”. Né si è mai sottratta a questa visibilità. E a ciò che le è costato: “Devo convivere con un vigilante. Ho dovuto sottopormi a questo castigo”. Oltre al personale, ospita due gatti: un certosino, regalo della figlia, “che le prende sempre dagli altri gatti del quartiere” e “una trovatella di Ibiza, simpaticissima e molto furba”.

GLI INIZI. Fin da subito, nell’avventura dell’Udinese, non ci furono solo rose e fiori. Era l’86. “Siamo partiti con i famosi 9 punti di penalità e quando Dal Cin ci contattò non lo sapevamo ancora. Mio marito viveva a Barcellona, aveva appena preso la Casals. Il calcio era la sua grande passione. Ma si fidò troppo degli altri, preferì delegare, e arrivarono anche i maneggioni. C’è stato un momento in cui stavamo per scoppiare, la società ci stava per sfuggire dalle mani”. Adesso, però, “penso di aver ottenuto il rispetto anche da chi mi boicottava”.

LE INDAGINI GIUDIZIARIE. Memorabile fu il giorno in cui si presentò davanti alle telecamere e pianse: “Avevano messo sotto accusa la mia famiglia, i miei figli – e mentre ricorda, le vengono di nuovo gli occhi lucidi, di fronte a quello stesso salotto di casa dove la riprese la Rai, attorniata dalle foto dei figli -. Quel giorno, a Barcellona, tornavo dalla spesa: vidi decine di poliziotti davanti alla nostra casa, erano già in azienda. Usarono ogni pretesto, dissero anche che cercavano droga e prove di un traffico di prostituzione. Al rientro in Italia, quando seppi della conferenza stampa dei magistrati, presi una decisione che mi lacerò: ma dovevo dire qualcosa”. Ci fu anche chi la chiamò “per complimentarsi per la bella commedia”. Resta inflessibile: “Non perdono. Non nego che ognuno debba fare il suo mestiere. Ma tanto accanimento non lo giustifico. Fu un’azione vergognosa per infangare imprenditori italiani che portano all’estero alta tecnologia”.

I TIFOSI. “Da questa attività, non mi sono mai aspettata onori, ma rispetto sì, per ciò che la mia famiglia sta facendo, da sola, rischiando in proprio: ormai siamo legati al calcio, a questa squadra, ai suoi risultati. E si sa che a ogni vittoria può seguire una bastonata”. Pensa ai 24 mila abbonamenti di Reggio Calabria, “mentre noi siamo sempre lì col bilancino” e ricorda che “quando rinnovammo il contratto a Bierhoff, si aggiunsero solo 20 abbonati in più”. Ma riconosce che “la partecipazione a Praga è stata fantastica”, che “i capi delle tifoserie sono bravissimi, hanno un difficile lavoro di coordinamento e lo svolgono egregiamente” e che “soprattutto le donne presidenti dei club sono attivissime”. Ma non le vanno giù “certi vuoti vergognosi sugli spalti, per uno spettacolo del genere: Udine non è una piazza facile: fossimo a Bologna, sarebbe tutta un’altra musica. Ma così è, questo è il nostro Friuli”, ammette. Friuli generoso, però, se è vero che un pezzo importante dell’impegno sociale dell’Udinese è merito suo.

LA SOLIDARIETA’. “Quando ho cominciato a occuparmi dell’Udinese, mi sono accorta che con il calcio si potevano aprire molte porte. E ho voluto provarci”. I disabili non hanno solo l’accesso facilitato e una tribuna, vicino alla curva sud, a loro riservata. “Ci teniamo a che seguano le attività sociali – spiega Giuliana Pozzo -, partecipano alle cerimonie, alle inaugurazioni dei club, oppure noi, con i giocatori, li andiamo a trovare. Non è per beneficienza, i soldi non bastano, per loro conta la possibilità di condurre una vita normale, in cambio restituiscono un affetto incredibile. Per me, che sono una madre sola, con i figli che vivono lontano, è un grande conforto. Con i fondi raccolti abbiamo acquistato attrezzature o macchinari per far superare certi problemi ai più gravi e aiutare certe famiglie. Con “Fai sport” e un’associazione di Cordenons collaboriamo per favorire la pratica sportiva dei portatori di handicap”. Un altro impegno è a favore dei trapiantati di fegato: con “Udinese per la vita”, ogni anno una borsa di studio, “intitolata a mio padre Gino, che morì quando avevo 22 anni per una malattia epatica”, consente a un giovane di fare ricerca negli Usa. “Senza la ricerca non si progredisce, il centro del professor Brosadola, alla clinica chirurgica del Policlinico universitario, è uno dei primi in Italia. Presto consegneremo anche uno speciale macchinario, costato 60 milioni, sempre grazie al contributo dell’Udinese calcio e dei tifosi. “In questo sono fantastici”. Ma non ha trovato generosità ovunque: “Ho bussato alle porte di persone ricchissime, di grandi aziende, di banche: niente. Ma i calciatori rispondono, “sono meravigliosi, non si sono mai tirati indietro. In questo possiamo dire di aver vinto lo scudetto”.

LA CITTA’. Quando si sposò giovanissima con l’industriale Pozzo non pensava che al ruolo di moglie e madre: “Ero una donna tradizionale: la famiglia, i figli”. Poi venne la prima attività, un negozio con la sorella in via Mercerie: “Portammo molte griffe a Udine”. Da lì al “Piccadilly”, ora anche “Udinese point”, per gadget e souvenir, in Marcatovecchio. “Una via che è stata distrutta commercialmente. Che pena”. La capacità di indignarsi per la sua città è rimasta intatta, nonostante gli impegni internazionali. “Se potessi, andrei io a picconare il “sarcofago”, quella bruttura eretta davanti alla Banca d’Italia. E poi quelle bancarelle de giorni scorsi. Mi chiedo se programmeremo la città del futuro con gli stessi criteri”.

I FRIULANI. “Abbiamo questo piacere assurdo di piangerci addosso. Purtroppo, ho percepito molta invidia attorno a noi, c’è la tendenza, così provinciale, a criticare quei friulani che si fanno strada da soli. Mi ricordo di Cecilia Daniela: con tutto ciò che ha fatto, non mi pare che abbia avuto il riconoscimento che le spettava. Si parla tanto di modello Friuli, di autonomia. Si cita la Catalogna: io che a Barcellona ho mio marito e i miei figli, so che c’è un abisso. Là c’è una grande potenza industriale e culturale, qui, al confronto, siamo quattro gatti. A Barcellona le nuove generazioni parlano due-tre lingue, qui noi abbiamo difficoltà a trovare collaboratori. Ma è anche vero che i migliori se ne vanno perché non vengono valorizzati, tante aziende hanno chiuso o hanno venduto. Dobbiamo essere onesti ed obiettivi sul nostro Friuli: c’è a rimboccarsi le maniche, altro che criticare”.

IL PREMIO EUROCHAMPION. “Stiamo già lavorando alla prossima edizione: potrebbe svolgersi a Grado. Senza nulla togliere a Lignano e all’Apt, molto ospitali, ne vorremmo fare un premio itinerante, come occasione per far conoscere l’intera regione. Mi viene in mente lo scenario del castello di Miramare o Villa Manin. Sarebbe straordinario accogliere tutte le autorità del calcio nazionale ed europeo, i procuratori, i direttori di tutte le testate, anche in questi luoghi”. L’idea di farne un riconoscimento all’emigrante del pallone, al miglior calciatore italiano impegnato in un campionato estero, è stata sua e di Italo Cucci, “che ringrazio per i molti consigli e per avermi aiutato a farne un veicolo internazionale di divulgazione della nostra bellissima terra. La Regione ci aiuta e crediamo di ricambiarla: il calcio è il più potente veicolo promozionale”.

GLI EMIGRANTI. “La squadra di calcio è il punto di riferimento dell’emigrante. Mi ricordo una cosa bellissima che mi disse un friulano in Australia: Quando vedo l’Udinese, mi sembra di sentir suonare le campane del mio paese. Ecco, questa è la grande forza di questo nostro impegno quotidiano”.

IL MODELLO-UDINESE. “La grandezza della nostra Udinese la danno le vittorie, altrimenti non staremmo qui a parlarne – ammette – e giuro che in questo non c’entro nulla”. Attribuisce tutti i meriti al figlio Gino, “che ha ereditato l’intuito e la rapidità decisionale del padre” e a lei lascia solo i compiti di rappresentanza: “Accompagno la miriade di procuratori e dirigenti di tutto il mondo che vengono a imparare il “modello Udinese”, spiega, quello straordinario meccanismo che ha fatto sì, negli ultimi anni, una piccola società di provincia insidiasse le grandi al vertice, d’Italia e d’Europa. Un meccanismo grazie al quale, pur cambiando giocatori ed allenatori, si continua a vincere. Il “segreto”, spiega, è nascosto in una stanza super tecnologica dello stadio: “Lì, due tecnici stanno ore e ore a visionare cassette di giocatori di tutto il mondo. Ne studiano lo stile e le capacità e valutano se sono adatti al gioco dell’Udinese. Danno il loro parere, poi l’ultima parola spetta a mio figlio”. Ci tiene a sottolineare che “non facciamo miracoli, di solito scegliamo sempre calciatori che si sono già distinti nei loro Paesi. Siamo solo stati più abili a sfruttare la legge sugli stranieri”.

I GIOCATORI. Un altro elemento determinante “è rappresentato dall’ambiente che facciamo trovare a questi giocatori”. Questo compito è gestito da un team manager sotto la sua supervisione. “Ci preoccupiamo di trovare dapprima la migliore sistemazione per ciascuno, che so, se hanno figli, vicino a un buon asilo. Oppure provvediamo alla collocazione negli istituti scolastici. Poi, abbiamo una squadra di insegnanti di italiano che seguono l’atleta e la sua compagna, con lezioni differenziate: più tecniche per lui, per capirsi con la squadra, più orientate alla vita sociale per lei. Ci preoccupiamo in prima persona anche dei medici, dei pediatri se ne hanno bisogno, di speciali cure: in caso di emergenze per i familiari dei calciatori, abbiamo subito messo a disposizione i migliori specialisti italiani. E’ chiaro che, dopo un trattamento così, non vogliano più andarsene. Si spiega anche l’attaccamento di certuni come Bierhoff o Amoroso. Ma se ce n’è uno che ricorda con più affetto, questo è “Andrea Carnevale: è diventato un caro amico di famiglia. Gli siamo stati vicino quando ne ha avuto bisogno. Ci viene a trovare in vacanza”.

LE NUOVE DIVISE. Da quasi trent’anni titolare di un negozio di abbigliamento, Giuliana Pozzo non può diventicarsi del look de suoi giocatori. Da febbraio si sta occupando della nuova collezione bianconera, vorrebbe vestire i giocatori con le stesse magliette della Nazionale agli Europei, un tessuto attillato e supertraspirante. Ai colori della bandiera, vuole avvicinare l’arancione, colore moda dell’anno: “Bisogna essere innovativi – dice – e aggiornarsi di continuo”

LO STADIO. “Sono orgogliosa di come siamo riusciti a recuperare spazi inutilizzati al “Friuli” per allestire i nostri nuovi uffici. Offriamo una bella immagine a chi ci viene a visitare. Presto intitoleremo la sala stampa a Foni e il centro sportivo a Dino Bruseschi. Paghiamo al Comune un affitto molto oneroso, ma non ci pare di incontrare grande disponibilità al dialogo. Da mesi attendiamo risposte a una proposta che viene incontro alle esigenze dei tifosi, perché offre un servizio in più: è un progetto per realizzare un ristorante self-service sotto alla tribuna centrale. Questo contribuirebbe a fare dello stadio un luogo da vivere per le famiglie, le comitive, e aiuterebbe i tifosi che arrivano da lontano”.

LA FAMIGLIA.
“Vorrei vivere fino a cent’anni come la regina madre d’Inghilterra, solo per stare vicino ai miei figli e aiutarli nella loro vita. Credo che il compito mio come quello di ogni genitore sia fare sì che i figli crescano secondo le loro inclinazioni, aiutandoli, stando loro vicini, ma senza opprimerli. Sono contenta di avere cresciuto due persone forti, responsabili, che lavorano nelle aziende di famiglia per scelta. Hanno studiato all’estero e viaggiano molto”. “Il più bel complimento? Quando mi hanno ringraziato per averli sempre fatti sentire a casa: ho cercato di portare qualcosa di friulano dovunque ci trovassimo. Nel mondo di oggi, è bellissimo emozionarsi e piangere assieme per qualcosa. Il calcio ci ha dato questo. E ci ha uniti ancora di più”.

Alessandra Beltrame
Messaggero Veneto, 2000.

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