Gina Marpillero

Interviste alle donne del Friuli Venezia Giulia.

Aveva 68 anni Gina Marpillero quando divenne un caso letterario con “Essere di paese”. Al pari di Maurensig, come la Tamaro. Ma più in modo simile alle ortensie del suo giardino di Porpetto, che fioriscono nell’ombra: così, a poco a poco, quasi senza volerlo, era sbocciato il suo talento, subito premiato dalla giuria dei Nonino con il Risit d’aur. In questi vent’anni, Gina Marpillero ha continuato a essere quella di sempre, la signora dolce ed elegante che ama il “decoupage” e dipinge gatti su sagome di legno leggero. Ma ha aggiunto un altro hobby alla sua costante operosità: scrivere. Inanellando racconti e poesie che sono piccoli gioielli di vita quotidiana, con una predilezione per la sua infanzia, per la giovinezza, vissute in paese. Arta, nella Carnia magica e poverissima dei primi anni del secolo scorso, adesso la Bassa, con la sua acqua che scorre inesauribile. Conserva la straordinaria capacità di stupirsi per le cose della vita, e una grande curiosità, che le permettono di aggiornarsi di continuo, di elaborare e immagazzinare tutto ciò che le accade intorno. Per una signora di 88 anni, non è poco. Infine, patrimonio inestimabile e fonte generosa della sua scrittura, una memoria di acciaio. “Sulle date – ammette – faccio un po’ di confusione. Ma ciò che mi interessa è il flusso dei ricordi, rievocare le sensazioni vissute in quei momenti lontani, stabilre i collegamenti fra i fatti. Non è poi ciò che conta?”.
Ci viene incontro un gatto con un occhio solo all’entrata del tinello della casa friulana, con un fogolar che farebbe invidia a Zorutti. Tutto parla di Friuli nelle stanze di casa Marpillero, con gli attrezzi della vita quotidiana di campagna appesi in ogni spazio libero dei muri, il resto occupato da fotografie d’epoca, i parenti, i tanti cugini suoi e del marito, il notaio sangiorgino Zaina, che conobbe quando faceva la segretaria della Filologica a Udine e che morì prima del suo successo letterario. “E’ che, senza di lui, mi ritrovai con più tempo libero – spiega -, così cominciai a dedicarmi alla scrittura”. Fu una cosa spontanea, il soddisfacimento di un bisogno che veniva da dentro. La figlia Caterina, giornalista a Milano, diede il manoscritto al marito Carlo Castellaneta. Ma lo scrittore era troppo impegnato e forse un po’ distratto, e il tempo passò. Il testo arrivò in Mondadori, lo lesse Alcide Paolini, scelsero di puntare su questa donna già coi capelli d’argento, che scriveva in uno stile semplice e poetico, limpido come l’acqua dei ruscelli della sua Carnia.
“Ho fatto solo la terza media. Toccava ai miei tre fratelli studiare. Uno divenne ingegnere, andò al Politecnico a Milano, l’altro ragioniere, Berto ereditò la passione di mio padre, studiò all’istituto nautico per diventare capitano di lungo corso. Io non sono diventata niente. Anche se sono cresciuta in un ambiente molto colto: i miei fratelli ci tenevano alla mia formazione, mi portavano i libri da leggere, volevano che partecipassi alle loro conversazioni. A dire il vero, avrei voluto anch’io andare a studiare, mi sarebbe piaciuto l’istituto artistico, a Venezia. Ma non mi sembrava giusto lasciare sola mia madre che era vedova, volevo farle compagnia”.
Parlando dell’infanzia, rigira fra le mani un plico di fogli dattiloscritti: “Sono 40 poesiole, dei flash, che ho scritto mentre ero ricoverata al Policlinico lo scorso inverno per una caduta. Mi ero procurata una piccola frattura al bacino e dovetti rimanere ferma 40 giorni”. In cima al fascicolo, il titolo, “Fausta frattura”, simpatico richiamo alla prolificità ritrovata a causa della forzata immobilità. “Io, che di solito non sto mai ferma, lì mi annoiavo da morire”, spiega.
Una poesia al giorno, dunque. E molte toccano i temi della sua infanzia.
“E’ vero. Una, in particolare, è la sintesi del mio essere bambina (la pubblichiamo in questa pagina, ndr): così ero io, ad Arta. E’ stato un periodo particolarmente felice. Anche se quasi non conobbi mio padre, che morì quando avevo 3 anni in un incidente causato dalla guerra. L’ho raccontato in Essere di paese. Poi, quando dovetti andare a vivere in città tutta questa gioia sparì”.
Andò a lavorare a Tolmezzo, e poi a Udine. Che cosa le mancava della sua vita di paese, di quelle storie “di cortile e di corriera” dei suoi libri?
“Tutto. In primo luogo il contatto con la natura, con la terra. Ho sempre amato mettere le mani nude nella terra. Poi, in città nessuno mi conosceva. Non ero nessuno. Ad Arta, ma anche a Tolmezzo, ero “la sorella di”, “la figlia di”. Da Arta, prendevo il trenino, arrivavo a Tolmezzo, dove mi ero impiegata come dattilografa dallo zio notaio e, prima dell’ufficio, andavo a giocare a tennis. Era una vita piacevole. Sul treno, non salivo mai su una carrozza, dove c’era un ragazzo che mi piaceva. In città, a Udine, la vita era diversa, più impersonale. Mi annoiavo da morire. E, non avendo il padre, non si rappresentava nessuno. Poi, in paese c’era una comunanza, si facevano le stesse cose, io ero amica di chi andava a fare legna, il legno mi è sempre piaciuto, andavavo nei boschi, mi buttavo nella neve. Avrei dovuto sposare un uomo con un segheria, così da avere sempre tanto legno a disposizione… Oppure un giardiniere, uno che aveva un vivaio: perché l’altra mia passione è coltivare le piante”.
Invece sposò un notaio, un uomo di lettere. Come la conquistò?
“Veramente fui io a sceglierlo. Avevo 27 anni, lavoravo a Udine nella sede della Filologica, nel palazzo dov’ ora la biblioteca civica. Lui era molto bello, ma timido, aveva molti anni più di me, ed era scapolo. Quell’ufficio, me lo ricordo, era pieno di topi. E freddo. Arrivavo, prendevo su per terra, accendevo il fuoco. Avevo però la compagnia del pittore Pellis, che poi mi fece il ritratto. Avevamo una villetta in via Spalato. La mattina, dovevo andare a portare la posta al mio superiore, il professor Carletti, in municipio. Mi fermavo a prendere una pasta sotto, poi rientravo in ufficio. La gente che frequentava la Filogica era super-colta, al punto che mi sembravano dei folli: io pensavo ad andare al mare, a tornare nella mia Arta a divertirmi, per me perdevano tempo”.
Insomma, lei era come i giovani di oggi: pensava solo a divertirsi.
“Ah, diciamo di sì, ero, per così dire “frascheggiante”, non mi piaceva fermarmi, amavo essere libera, e non legarmi a una sola compagnia. Una volta, mi sono anche quasi fidanzata, ma mi accorsi subito che non era il tipo per me. Con mio marito, fu diverso: un colpo di fulmine. Ci sposammo dopo pochi mesi, nell’inverno del ’39”.
Iniziò così la sua vita di moglie e di madre. Ancora una volta in provincia.
“Andammo a San Giorgio, dove mio marito aveva comprato una casa. Questa di Porpetto era della sua famiglia, ma non era così, era una casa colonica, con le stalle. Ci si veniva di tanto in tanto”.
Lei pensa che la provincia abbia solo lati positivi o che invece ci sia anche qualcosa che manca?
“Forse, in Friuli, siamo un po’ avari di complimenti, non si sa se è pudore o invidia.
Forse siamo timidi, non riusciamo a esprimere i sentimenti. Penso a tanti bravi friulani che hanno fatto carriera nel mondo e che qui sono quasi sconosciuti. Ci sono anche tante donne eccezionali”.
Quelle donne che lei ritrae così bene in friulano, le donne nascoste delle quali ha “scoperchiato i destini con le parole”.
“Sono molto belle queste donne del Friuli e della Carnia, io ne ho conosciute tante, da mia madre, che non so ancora come ha fatto ad allevarci da sola, a far studiare i miei fratelli, a tenerci vicini”.
Lei ha scritto molto in friulano, prose e poesie. Le ultime, però, sono in italiano. Perché?
“Non lo so, forse perché l’ambiente dell’ospedale non mi sembrava adatto. Io lavoro con l’ispirazione. Ho pubblicato “Int e pinsirs a slas” e “Aghe ch’a cor”. Adesso, poi, questi miei due occhi non vanno più tanto d’accordo, così fatico a scrivere. Ma mio figlio pazientemente traduce le mie cose e poi le trascrive col computer. Così è successo per queste poesie”.
La Biblioteca dell’Immagine ha ripubblicato da poco Essere di paese, poi è uscito Novecento friulano. Alla sua bella età, continua a essere sotto i riflettori e partecipa a incontri con il pubblico, nelle piazze e in libreria.
“Ho ancora la fortuna di amare il movimento, non mi piace stare con le mani in mano. Se non taglio, metto a posto la casa, il giardino è sempre in cima ai miei pensieri, le mie piante… Alcune sono lì da più di cinquant’anni, e le ho messe io. E la casa: se scopro uno spazio libero nella parete, mi chiedo subito: e lì, cosa metto? Amo la gente, mi diverte parlare. Non posso più leggere per questa vista che se ne va, così la conversazione è una compagnia. Anche in questo giardino spesso ricevo persone, passo il tempo così e in questo modo condivido i miei ricordi, le cose belle della vita”.

Alessandra Beltrame
Messaggero Veneto, 2000.

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