Giannola Nonino

Interviste alle donne del Friuli Venezia Giulia.

“Eravamo nel foyer di un teatro. Mi indicano Marcello Mastroianni. Volevo conoscerlo. Mi sono avvicinata: ‘Lei è un uomo eccezionale, mi permetta di salutarla: sono Giannola Nonino. E lui: Nonino, la grappa? Ma sono io che devo inchinarmi alla sua bravura. E si inchinò davvero, lì davanti a tutti, e mi baciò la mano. E vuole che io non ami questo mio lavoro, che mi fa provare queste emozioni stupende?”.
E’ da incontri così, dal mosaico di tanti piccoli ma intensi quadri di vita vissuta di slancio, che è nato il personaggio di Giannola Nonino. Donna che non ha paura di pronunciare la sua età (ha 61 anni), anche perché la sa portare con allegria, che non si ferma davanti a niente (sono parole sue), e della quale si è detto di tutto e di più, anche perché non è reticente all’incontro con i media, i quali, anzi, la corteggiano. Signora degli spiriti, lady della grappa, titoli e appellativi si sono sprecati per la cavaliere del lavoro Nonino. Matriarca di una famiglia tutto sommato di provincia, con una piccola azienda in un paesino della Bassa udinese, che produce un prodotto cosiddetto povero, la grappa, o quantomeno, poco nobile, roba da osteria e da grasse bevute, in trent’anni o poco più, ha fatto diventare l’antico distillato italiano una specie di elisir di lunga e – soprattutto – celebrata vita, chiamando a onorarla donne e uomini di fama mondiale. Uno di questi, Claudio Abbado, ha diretto in anteprima la sua Mahler Chamber Orchestra al Teatro Nuovo di Udine per celebrare i 25 anni del premio letterario. C’è voluto un privato illuminato per portare il grande direttore d’orchestra in Friuli. Il Comune, la Provincia, la Regione, fecero da spettatori, i politici sgomitarono per prendervi parte. Di quella serata, resta un solo cruccio: “Non essere riusciti ad accontentare tutti quelli che volevano esserci”. Oltre ai mille 200 posti del teatro, Abbado concesse anche la posa di una piccola tribuna direttamente sul parco. “Fu meraviglioso e lo ringrazio ancora per questo”. Fu un evento talmente eccezionale che la città ne parla ancora. C’eri, non c’eri? Peccato.
Giannola Nonino racconta in questa intervista, dopo tanti successi, il suo lato più privato, la giovinezza, il matrimonio, il rapporto con il marito e con le figlie, con i quali divide la vita ma anche gli impegni aziendali, le gelosie, i segreti del suo successo e delle sue celebri amicizie che la vengono a trovare tutti gli anni a Percoto.

IL CAMION.
A sentire raccontare come cominciò, pare una storia dell’Ottocento. Giannola Bulfoni, seconda figlia di papà Luigi – uomo colto, studioso e imprenditore, fabbrica di aratri che prima della guerra aveva 60 operai, poi produttore di mobili in ferro (“uno si trova al Museum of Modern Art di New York”) -, la mamma Costantina, “Cuti”, insegnante elementare, origine toscana, – “molto affascinante, portava grandi cappelli, indossava i pantaloni: era una donna moderna, emancipata” -, a 18 anni si innamora di Benito Nonino, borghesia contadina, il papà Antonio ucciso nel ’44, la mamma Silvia Milocco “prima grappaiola d’Italia” che tiene le redini dell’azienda. Le due famiglie vivevano a un tiro di schioppo, ma non potevano essere più diverse. Allevata per apprezzare le cose belle della vita, i piaceri, l’eleganza, le buone maniere e i bei libri, a Giannola, fresca sposa del maggio 1962, il marito chiede d’imparare “a guidare il camion e a distillare, per dare il cambio nei turni di riposo”. A settembre va a fare il primo acquisto di vinacce, torna tutta orgogliosa per i risultati: “Gli hai dato quello che volevano”, è la dura risposta della suocera. “Fu sempre così: io abituata agli slanci affettivi, a casa mia, mi adattai a un mondo completamente diverso. Tornata dal viaggio di nozze – ricorda – fu per me naturale, la prima notte che dormivo in casa Nonino, andare a dare un bacio alla mamma di Benito. “Ce fatu?”, cosa fai, fu la sua reazione meravigliata. Non mi azzardai più”.

L’AMORE.
“Benito era tutto il contrario di quello che ero io e di quella che era stata la mia educazione. E’ la mia grande forza. Dietro ciò che faccio, c’è sempre lui. Siamo una coppia molto unita, e sempre in lotta… Dopo 38 anni di matrimonio, non smettiamo di litigare, ma io sono sempre innamorata di lui. Sono fortunata, perché siamo vicini, facciamo le cose assieme, prendiamo le bici e andiamo a farci un giro, oppure ci piace la canoa (io faccio 3 remate e lui 10), domenica siamo andati a ballare, c’era la sagra. Viaggiamo assieme. Oppure andiamo alle feste con gli amici. Non ho ancora capito se lui sia mai stato innamorato di me: non me l’ha mai detto. Da quando ci conosciamo, mai avuto un complimento. Questo vivere, per così dire, nell’incertezza mi ha però sempre spinta a fare meglio, a lavorare, a cercare soddisfazioni, a dimostragli quanto contava per me. E poi, devo dire che da Benito ho ricevuto sempre incoraggiamenti, mi ha sempre seguito in ciò che facevo, non lasciandomi mai sola, anche nei momenti più duri, quando lottavamo contro lo Stato per rilanciare i vitigni autoctoni, che erano vietati, quando abbiamo voluto distillare l’uva, ed era pure vietato… Mi ha sempre appoggiata. Sempre, anche nelle mie idee più coraggiose, o scriteriate. Ma abbiamo avuto ragione. Gli devo tutto: prima di conoscerlo, non sapevo nemmeno cos’era la grappa. Prima mi sono innamorata di lui, poi del suo lavoro”.

CAVALIERE DEL LAVORO.
Nessuna gelosia in famiglia per questo suo ruolo così in evidenza e, infine, per il titolo che le è stato attribuito? “Assolutamente no. Mio marito non è mai stato geloso di tanta visibilità, di tutte le persone che incontro e che mi cercano. Per la verità, se lui fosse al mio posto, io sarei un po’ gelosa… Quando mi hanno nominata cavaliere? E’ stata una gioia per tutta l’azienda, la festa è stata grande e l’abbiamo divisa fra tutti”. Se si deve attribuire qualche merito in particolare, dice che dalla sua ha “la tenacia, che ho imparato dalla mia famiglia, da mio padre: non mollare mai. Si ritrovò quasi senza nulla, dopo la guerra: “Dio, Gigi, come faremo?”, gli chiedeva mia madre. Ripartì da zero. Mi ha insegnato a guardare lontano, per arrivare almeno vicino, nel rispetto di chi ci sta intorno. La capacità di lavorare (fino a quando non ho finito, non esco di qui, anche a notte fonda)”, quella l’ho imparata dai Nonino. Diciamo che i loro insegnamenti in me hanno attecchito bene, perché in fondo sono una donna di azione. In azienda sono entrata a tempo pieno nel 1970, dopo la morte di mia suocera. E’ stata una grande maestra di vita”. Se c’è, invece, qualcosa che, tornando indietro, cambierebbe, “ascolterei di più le mie bambine”.

LA DISTILLAZIONE.
“Mi emoziono ancora, ogni volta che assisto alla distillazione. E’ una magia. Dalla prima volta che l’ho conosciuta, ne sono rimasta incantata. C’è ancora molta ignoranza in questo nostro settore, è certamente meglio di dieci anni fa, quando ancora ci guardavano con sospetto. Ricevevamo perfino telefonate anonime, minacce”. Questa volontà di nobilitare il prodotto, creando prima la grappa di monvitigno, poi valorizzando gli antichi vitigni locali, come lo Schioppettino o la Ribolla Gialla, poi distillando dall’uva intera, si scontrò con un selva di divieti, intoppi burocratici, ostacoli della stessa categoria dei distillatori. E con tanta invidia. “Fummo denunciati dal consorzio. E poi le maldicenze, la cattiveria. A riprova del fatto che eravamo nel giusto, poi hanno tutti dovuto seguire il nostro esempio”.

IL PREMIO.
La giuria ora presieduta da Claudio Magris premia ogni anno donne e uomini d’eccezione, sapientemente scelti fra quelli più noti agli addetti ai lavori che al pubblico, e quindi ancora da scoprire, oppure finora immeritatamente dimenticati. Il prestigio del Nonino sta in questi fiori che coglie, “in assoluta autonomia di giudizio”, che la famiglia pretende e difende. Dietro c’è un’operazione commerciale, certo, ma “abbiamo scelto di non spendere in pubblicità per destinare tutte le risorse a questi premi”, il che non è poco. L’appoggio della famiglia è incondizionato: “Ringrazio mio marito per avermi lasciato spendere tutto ciò che volevo, per esempio nel caso del concerto di Abbado”, che di certo non è stato una bazzecola, finanziariamente parlando. Dal Risit d’aur, per valorizzare le tradizioni locali e i vitigni autoctoni, i Premi Nonino sono diventati internazionali e richiamano ogni ultimo sabato di gennaio eccelse personalità della letteratura e della scienza. La famiglia cerca di allargare al massimo gli inviti, tanto che apparecchia nella famosa distilleria per molte centinaia di posti a tavola, senza dimenticare mai gli amici friulani, che si accomodano accanto ai Vip, gran parte dei quali vede e scopre Udine e il Friuli solo in occasione e grazie a questa festa. E c’è anche chi si autoinvita. Per esempio, Cesare Romiti. “Ricevetti un biglietto manoscritto, nel quale mi diceva: sono talmente poche le occasioni che ho di divertirmi e, avendo saputo che nella sua festa ci si diverte molto, gradirei esserci”. Da allora, non se ne perde una. Nonostante si viaggi ormai sui grandi numeri, la qualità continua a venire prima di tutto. “Assaggiamo i piatti anche tre volte per essere sicuri che siano perfetti”. Ma ciò che conta sono le persone: che si tratti del più grande filosofo vivente o dei panettieri di Altamura, “vogliamo portare gente autentica, che abbia passioni, sensibilità. E difficilmente ci sbagliamo. E poi stringiamo grandi amicizie”. Solo in due o tre casi, ci fu la delusione: “Dietro le loro opere trovammo uomini piccoli, meschini”. Ma, questo, può capitare.

IL CLAN.
Dietro Giannola, c’è l’intero clan Nonino. Lo dice lei stessa con un sorriso d’orgoglio: “Noi facciamo clan”. Famiglia, lavoro, amici, tempo libero. Tutto avviene insieme. “Si lotta tanto ma è bellissimo”. In azienda ci sono anche Cristina, Antonella ed Elisabetta, con una loro distilleria, inaugurata nell’87, dove anche invecchiano i tesori di famiglia in preziosi barrique. “Da quando sono arrivate loro a tempo pieno, abbiamo modificato molte cose dell’organizzazione. Forse la cosa più difficile – ammette – è stata proprio lavorare con le mie figlie”. Ci è riuscita. E poi le vacanze tutti insieme, generi e nipoti, la partecipazione alle occasioni ufficiali, agli incontri con i personaggi da invitare o premiare, coinvolgendo tutto il clan. Un concetto di famiglia “allargata” che sa tanto di tradizione patriarcale contadina. Una famiglia così risponde, secondo la Nonino, “ai valori della tradizione friulana, così come l’idea di tenere tutto vicino, la casa e la bottega, l’azienda, così come facciamo noi, qui a Percoto. E’ meraviglioso. Ed è una cosa che difenderò sempre. Adoro questo modo di vivere”.

LA REGISTA.
“Perché non un’intervista alle mie figlie?”, ha esordito, “Sono loro, oggi, la novità dell’azienda”. E’ appena rientrata dalle ferie e sfoglia la rassegna stampa dell’ultimo anno. E’ un librone spesso come un elenco del telefono. Non va bene: la signora protesta. Ci vogliono più riproduzioni a colori, una copertina fatta meglio. Sfilano le segretarie, le assistenti. Si ritorna in tipografia. Un’occhiata alla fornitura delle confezioni di legno chiaro per le preziose bottiglie di vetro soffiato: hanno delle piccole sbavature. Bocciate anche quelle. La signora è perentoria: le rivuole a posto entro domani. Il fornitore acconsente. E siamo in agosto. La signora Giannola ha pure in ufficio una bella finestrona che domina l’interno dello stabilimento. Sono in partenza dei pacchi: si accerta che ognuno contenga gli omaggi, tutte le cose richieste. La segretaria aveva eseguito, meglio così. Ha una figlia in partenza per Miami, lì c’è un ristorante che aspetta la fornitura come una manna, ci sono tanti Vip che non possono vivere senza bere Nonino. “Facciamo le vacanze con un occhio al lavoro – spiega -. E’ la nostra fortuna. Anch’io e Benito, siamo andati a Malta e lì abbiamo approfittato per visitare un cliente. Ci fa piacere, siamo accolti come amici, seguiamo direttamente anche la distribuzione del prodotto, chi lo vende, chi lo serve”.
Sempre in prima persona, nulla sfugge alla signora, che ammette: “Non mi fido di niente e di nessuno, voglio sempre toccare tutto con mano”. Insomma, la regista resta sempre lei.

L’IMMAGINE.
Tutto cominciò da quella meravigliosa foto di Oliviero Toscani che ancora campeggia in tutti i dépliant e nell’atrio dello stabilimento. “Fu una grande idea”, concorda. Ma dietro le foto, ci devono essere i contenuti e se non ha paura ad affermare che “abbiamo coltivato la nostra immagine, la coltiviamo e la coltiveremo sempre”, sa anche che tutto il network di conoscenze, le buone recensioni, gli amici illustri e le scelte giuste nascono da una passione che deve esistere ed essere forte. Dice di sé: “Io sono una che non molla mai”. Non deve comunque essere facile conviverci, per quella sua forza di carattere che appare notevole. Al punto che il nipotino, che ha appena trascorso alcuni giorni con lei, alla domanda di com’era stata la vacanza con la nonna, ha risposto: “Molto impegnativa”.

LEVI-STRAUSS E JONAS.
Con questa stessa forza di volontà, è riuscita a conquistare la fiducia e l’affetto di uomini fra i più straordinari del pianeta. “Senza mai fare compromessi, però – ci tiene a sottolineare -: sono fatta così, altrimenti addio”. Forza che, dice, le viene dall’istinto. E non l’aiuta nemmeno la conoscenza delle lingue straniere: si rammarica di non aver imparato l’inglese: “Ero iscritta a Cà Foscari, ma poi il matrimonio…”. Ma se ciò che vuole lo “sente”, dice, diventa inarrestabile. Anche perché “nulla mi intimorisce, se veramente credo in ciò che sto facendo”. Claude Lévi-Strauss accettò di parlare in pubblico dopo anni di silenzio: Giannola Nonino andò a convincerlo nella sua casa di Parigi. Hans Jonas aveva 91 anni e non si muoveva da New York ma fece il viaggio fino a Percoto. Morì 15 giorni dopo e, all’angoscia dei Nonino per il timore che fosse stata proprio quella trasferta a stroncare le sue ultime forze, rispose una dolce lettera della moglie che li ringraziava per la gioia che lui aveva provato visitando il Friuli in quei freddi giorni del ’93.

ABBADO.
Da Romiti a Mastroianni (“Ci telefonava da Parigi: era una bellissima persona”), è una carrellata di “conquiste” celebri per Giannola Nonino. Con il maestro Abbado condivide anche qualche acciacco: “Ho avuto tre ulcere. Quando si è ammalato (di recente Abbado ha disdetto molti concerti per problemi di ulcera, ndr), ci ha chiamati. Per avvisarci, e per tranquillizzarci. Da Abbado, confessa di essere stata conquistata: “E lui mi chiama vulcano”. Tutto nacque dalla confidenza di una giornalista di Vogue: “Seppi che Abbado apprezzava la mia grappa. Mi procurai l’indirizzo, gli inviai una mia lettera con un omaggio. Per mesi non ricevetti risposta. Poi seppi che era in giro per il mondo. In realtà, mi rispose non appena rientrò. “Signora, sarei onorato di averla ospite assieme alla sua famiglia alla prima della Mahler Orchestra”. Grazie, gli risposi, ma vede, io ho una famiglia numerosa: le figlie, i generi…”. Trovò posto per tutti. Poi, andammo a cena insieme, con i suoi ragazzi. La mia fortuna – dice – è di avere vicino maestri come lui. Abbado mi ha iniziata alla musica classica, con Peter Brook ho cominciato a frequentare i teatri. Perché, sono sincera, io non mi considero una donna colta”.

LE DONNE.
In azienda, quasi tutte donne. “Lavoriamo meglio assieme”. Il futuro è forse delle donne? “No, risponde, il futuro è degli esseri pensanti. I genitori mi hanno sempre insegnato a guardarmi non come una donna ma come un essere pensante. In questo senso, mi sono trovata benissimo in un mondo di uomini. Per riuscire, dice, contano “le capacità, la determinazione e poi tanto spirito di sacrificio”. E, questo, “alla donna non manca, unito a un’intuizione più sottile”. Poi, “non perdere mai la sensibilità, ed essere sempre sé stesse, non cercare mai di apparire ciò che non si è”. E, soprattutto, raggiungere gli obiettivi, senza scendere a compromessi”. Ma tante donne che vede non le piacciono: “Hanno un difetto: fingono. Non riescono a essere spontanee. Nel lavoro le donne raccontano un sacco di balle. Non so cosa sia: sono tanti bluff”. Debolezze, come ricorrere alla chirurgia plastica. “Non lo farei mai – dice la Nonino – non sono contraria per principio, ma ho paura del bisturi. Certo, ho visto donne trasformate dal chirurgo. Ma io mi piaccio con le mie rughe, forse anche perché non ne ho tante… Ogni ruga è una battaglia vinta, dico sempre, perché cancellarla?

IL FRIULI.
“Amo molto la mia terra, ma non mi sento né friulana, né italiana: sono una cittadina del mondo”. Le piace mescolare in continuzione il friulano all’italiano, e al dialetto udinese. “Il Friuli è un posto meraviglioso dove vivere. Ma me lo ha fatto tanto amare anche mio padre, i sabati partivamo e mi portava a conoscere le tradizioni contadine, le cose più belle. Fu lui a mostrami per la prima volta le vigne di Schippettino, del Pignolo”.

LA POLITICA.
Giannola Nonino è stata corteggiata anche dalla politica, le sono stati offerte candidature alle regionali e alle politiche. Ha sempre rifiutato. “La politica non mi piace. Dopo una settimana sarei già in crisi. Sono una donna libera, che ha conquistato questa libertà perché ha imparato a decidere da sola, a essere padrona del suo destino. I tempi della politica sono terribili, non potrei abituarmicisi. E poi, sono felice così, sono realizzata, ho tutto ciò che desidero. Vorrei anzi avere più tempo da trascorrere con i miei quattro nipoti, a Dio chiedo solo che mi conservi la salute, a me e alle persone a cui voglio bene. Ho sofferto tanto quando Benito è stato operato al cuore, ero agitatissima, avevo tanta paura di perderlo. Sto bene con lui, sto bene con la mia famiglia, adoro il mio lavoro, la politica mi allontanerebbe troppo. Come farei a trascurarli, gli amori della mia vita?”.

Alessandra Beltrame
Messaggero Veneto, 2000.

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