Rosina Cantoni, che non ha mai smesso di raccontare

Interviste alle donne del Friuli Venezia Giulia.

Prima ha fatto la partigiana, poi è stata arrestata e deportata nei campi di concentramento: Ravensbrau, Buchenwald, altri due. “Per fortuna – dice lei – perché se trovavo qualcun altro, quando mi hanno presa nel dicembre ’44, mi avrebbero ammazzata. Di botte”. Adesso che, a 87 anni, è qui a raccontare, e non ha mai smesso di farlo, la fortuna sembra più nostra che abbiamo una testimone
come lei.
Rosa Cantoni, la “Giulia” della Resistenza friulana, continua a non perdere occasione per ricordare. E fare ricordare. Lunedì era a Cividale alla presentazione del libro di un ebreo polacco che lavora con Moni Ovadia (“Una grande persona”). Ieri ha incontrato i ragazzi della scuola Silvio Pellico nel suo quartiere; poi non ha potuto mancare alla cerimonia di borgo Villalta. E oggi sarà come sempre presente al corteo della Liberazione e in piazza a Udine. Domenica l’ha vista mezza Italia nel programma di Enrico Deaglio “L’elmo di Scipio”. “L’abbiamo dedicato alla Resistenza dimenticata -, spiega il coautore del programma, Beppe Cremagnani, che l’anno scorso, a Mathausen, la intervistò -. Perché, dopo aver rischiato, aver patito ogni umiliazione, quasi tutti coloro che sono tornati hanno percepito la sensazione che forse era meglio non parlare troppo di ciò che avevano fatto, avevano visto. Ed è stata una terribile sofferenza. Non poter nemmeno essere compresi. Rosa Cantoni lo dice bene: una ragazzina che lavorava in sartoria a fianco a lei non le parla: la madre le aveva detto che quelli che tornavano dai campi di concentramento dovevano essere tenuti alla larga perché erano tutti matti”. In tv si sono visti solo alcuni spezzoni dell’intervista: “L’intero documentario probabilmente andrà a far parte dell’archivio dell’Istituto Luce. Perché questi racconti sono ancora più atroci delle immagini che ci hanno mostrato dai campi di sterminio. E valgono per la memoria collettiva”.
La memoria, Rosa Cantoni, l’ha ancora molto viva. “In certi momenti – dice – mi fermavo per fotografare”. In campo di concentramento? “Sì, o nelle “marce della morte” da un luogo all’altro. Ovviamente non avevo la macchina: fotografavo con la mente. E ho la fortuna di avere una memoria fotografica. Così mi è rimasto tutti qui”. Ancora la fortuna.
Ma la memoria può essere terribile: “La cosa più brutta era vedere i bambini sparire. E le ragazzine. Ce n’erano di bellissime, avevano il viso come angeli. I piccoli li portavano via, le giovani impazzivano. Per questo, quando martedì a scuola hanno intonato una canzone ebraica, mi veniva quasi da piangere. Mi immaginavo come potevano andarli a prendere, quei bambini. Eh sì, ogni tanto, mi vengono questi pensieri”. Nel salotto della casa dove vive sola, un appartamento luminoso dei condomini popolari di via Sedegliano, Rosa prende un libro. Non è il suo, che ha scritto Luigi Tessitori per l’Università delle Liberetà nel ’95; non è la recente biografia scritta da Ines Domenicali su Virginia Tonelli, morta nella Risiera di San Sabba, in cui la staffetta Giulia è spesso citata (con la bicicletta sempre in giro e la Remington nascosta nella casa di via Superiore, dove batteva a macchina i comunicati della brigata Garibaldi). E’ il diario di Dora Klein, polacca, anche lei internata in un campo di concentramento. Lo ha appena pubblicato Mursia grazie all’interessamento delle nipoti. Dora Klein è medico e vive a Udine. “Una storia meravigliosa, sia quando parla di vivere, sia di sopravvivere. Io ne so qualcosa”.
Eppure è vero che per alcuni anni – “Fino almeno a dopo il ’50” – non venne il riconoscimento di ciò che avevano passato. “Non potevamo raccontare, tornate dalla Germania. Sembrava quasi che, essendo stata prigioniera, qui mi ero persa il meglio. Come se fossi stata in una comoda prigione. Ho provato, abbiamo provato, con le altre compagne che erano con me, la Casati, la Bergamasco, la Maria Rugo di Meduno, ma non capivano. Veniva quasi rabbia a parlare. Era meglio stare zitti e così ho deciso di fare”. La pensione? “Ce l’hanno data nell’81, c’era Pertini all’epoca”. Un assegno mensile di 780 mila. “Ma io ho anche quella di lavoro”. Perché poi, dopo i campi di concentramento, Rosa è tornata a lavorare in sartoria, da Basevi, che aveva lasciato durante la lotta antifascista. “Anzi, mi chiesero subito di fare la sindacalista. Calma, ho risposto, lasciatemi riposare un po’”.
Sulla lapide di Virginia Tonelli, medaglia d’oro della Resistenza, Tito Maniacco ha scritto “Ricordati di ricordare”. Ricordiamo abbastanza? Rosa Cantoni non risponde sì o no. “E’ per questo che siamo qui. Non dobbiamo morire mai per ricordare ciò che è accaduto. Soprattutto perché non si ripeta. Ai ragazzi ho detto ci rivediamo anche fra cinquant’anni, e li ho fatti ridere. Ma io non scherzavo. Se non ci sarò io, ci sarà qualcun altro. Ma dovrà esserci qualcuno”.

Alessandra Beltrame
Messaggero Veneto.

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