Carlo Ciussi ha compiuto 70 anni

L’arte, l’ispirazione, come nascono i quadri, il percorso mentale della creazione, la nuova e inedita produzione.

Carlo Ciussi ha compiuto 70 anni. Una biografia in uscita, due antologiche, al Revoltella di Trieste e in Germania, già alle spalle, e la vena creativa che continua, fervidissima. Il giorno del suo compleanno si è regalato un nuovo, radicalmente diverso, periodo creativo. Proviamo a ripercorrere con lui questi densi cinquant’anni di carriera d’artista. Nello studio di via Superiore, in mezzo a centinaia di tele, disegni, opere incompiute e appenna abbozzate.

Da dove cominciamo?
“Dalla fine. Questo nuovo percorso che ho intrapreso mi soddisfa molto. Non voglio invece fare bilanci. Non sarebbe giusto: devo ancora fare le mie cose migliori…”

Parliamo allora di questo nuovo periodo. Negli anni Ottanta ha sviluppato le infinite possibilità delle linee curve, forse i quadri più affascinanti; poi, dal ’92, le pennellate che attraversavano la tela sinuose, carnali, sono state spezzate in linee rette, con angoli e triangoli a segnare uno spazio più ordinato forse, ma ritmicamente tumultuoso, conservando la natura dinamica del periodo precedente. E adesso?
“Era un po’ che ci pensavo. I miei quadri nascono da una costola dei precedenti. Quando arrivi ad un punto di saturazione di un discorso che hai sviscerato in tutte le sue infinite varianti di forma, colore, tecniche, senti che devi cambiare. In queste mie ultime opere, che peraltro sono ancora inedite, c’è sempre una matrice geometrica. Ma mi sto riappropriando della materia pittorica. Certi segni, che evidenziavano alcune certe zone dei quadri, sono stati isolati attraverso un sistema logico e navigano più ritmici nello spazio. Ritrovo anche agganci con vari tipi di pittura dei miei periodi predecenti, per esempio con i quadrati fluttuanti del 1964-65, che possono ricordarela scansione di questi segni, e il periodo delle righe, dal ’76 all’ ’82”.

Ma come nasce l’ispirazione nella pittura di Ciussi?
“La mia è una pittura mentale, nasce nella testa: segue un filo logico di un discorso. Non ha bisogno delle cose, dei fatti per svilupparsi. Comincia da me. Anzi, quando entro nello studio riesco a sganciarmi dalla realtà. Lavoro di giorno, con regolarità, come un operaio. E’ il sistema francese, l’ho imparato quando vivevo a a Parigi. La notte, penso a quello che dipingerò, ti mette in uno stato di eccitazione. E la notte è lunga…Questa regolarità si addice alla mia pittura. I miei periodi durano 7, 8, 10 anni, il processo creativo è lento, ma abbastanza regolare. Anche nel senso che non necessita di situazioni psicologiche difficili, o eventi shock per svilupparsi, come invece accade a certi artisti. Né amo l’arte di chi racconta le proprie traversie personali, trasformando la pittura in un lettino da psicanalista”.

Possiamo dire che questa pittura ha influenzato altri artisti, per esempio qui in Friuli.
“E’ vero. C’è gente che lavora da parecchio utilizzando le idee uscite dal mio studio e volgarizzandole”.

Gli studi di Udine e Milano sono zeppi di quadri, di disegni, di sculture, con molti “work in progress”, che stanno nascendo ora. Sembra anche che quasi ogni spazio, ogni oggetto debba essere da te trasformato, dipinto: cubi, colonne, così come i quadri possono assumere varie forme.
“Ho sempre lavorato tanto, ne sento il bisogno.
E, diventando più vecchio, divento più maniaco: se non lavoro mi sento in colpa… Poi, fino a quando i quadri restano in studio, possono cambiare. Un’opera si può dire finita solo quando esce dallo studio. Mi piace essere autonomo anche sul piano del supporto: realizzo da solo le mie tele e le altre strutture. Mi considero un buon artigiano prima di essere pittore”.

Gli inizi con Fred Pittino durante la guerra, la famiglia, la scuola a Venezia, il lavoro di tipografo, la fuga, il primo studio, Milano, la fame, le mostre, il difficile rapporto con il Friuli Ciussi comincia a dipingere a Udine durante la guerra. Il papà, tipografo, aveva il laboratorio in via Deciani. Mandò il figlio in studio da Fred Pittino.
“Avevo 12 anni. Sotto casa nostra, in via Baldissera, abitava un commesso, Vittorio, che dipingeva per hobby. Mi sono appassionato lì. Aldo Merlo frequentava la tipografia: mio padre gli fece vedere i miei quadri: gli suggerì di mandarmi da Pittino. Sono rimasto nel suo studio dal ’43 al ’45. Furono loro poi a convincere la mia famiglia a farmi studiare a Venezia. A 15 anni vi andai in collegio e mi trovai in contatto con un mondo che non era provinciale. In quegli anni Venezia era nel pieno fermento artistico. La Biennale ’48 con Gino Rossi, Picasso, fu una grande esperienza. Abitavo con alcuni friulani, fra cui Marco Fantoni. Ma lui continuò; io, invece, a 19 anni, fui richiamato da mio padre. Si rese conto che non stavo diventanto l’artista che lui avrebbe voluto, funzionale al lavoro della tipografia e nulla più, e mi richiamò a casa. Finì tutto, fu la disperazione. Passai dieci anni di “resistenza passiva”, anni difficili da ricordare, in tipografia. Dipingevo poco e male”.

Siamo alla fine degli anni Cinquanta. E’ allora che nasce lo studio in via Aquileia.
“Ci fu l’incontro con Italo Furlan ed Ermanno Mori. Aprivano la galleria Stendhal a Milano. Mi offrirono 200 mila lire per garantire una certa produzione di quadri. Era dieci volte di più di quanto guadagnavo. Lasciai mio padre. Non me lo perdonò. Se si vivesse due volte, la prima si fa quello che vogliono gli altri, la seconda quello che vuoi tu. Ma non rimpiango nulla. Anche dopo, quando i soldi non arrivarono più. A Udine non c’era mercato per la mia arte. E poi ero anche discriminato: facevo parte di un certo partito, il Pci. La ritenevo una cosa doverosa. Anche se il mio lavoro è sempre stato svincolato da ogni impegno politico-sociale”.

Arte per l’arte, dunque?
“Assolutamente sì. Deve far pensare, deve parlare dentro, far navigare con lo spirito. Tutto qua”.

Contrariamente a Udine, a Milano non guardavano le tessere di partito.
“Milano negli anni Sessanta era calda, accogliente, molto bella. Non interessava proprio che idee politiche avevi: dovevi essere bravo. Ma i primi dieci anni sono stati duri. Nel senso della sopravvivenza. Dino Basaldella mi trovò un posto di assistente all’Accademia di Brera. Aveva la cattedra di scultura. Rifiutai. Con tutte le mie forze volevo mantenere la libertà duramente conquistata, lontano da vincoli, per dipingere quando volevo, quando me lo sentivo. Anche ora, lo studio resta il posto più bello del mondo. Entro e comincio a mettere colorini…, le angosce spariscono. E’ il mestiere più bello, non cè committenza. Lavori per te”.

Nel ’63 arriva “Il paese perduto”. Quel paese si chiama Anduins.
“Era una pittura coinvolgente. Il paese perduto diventava un leit-motiv poetico. Ma anche adesso, ci tengo a che i miei quadri abbiano sempre un fondo di poesia”.

Nel 1964, la prima tua Biennale su invito di Afro Basaldella. Qual era il vostro rapporto?
“Quando ritornava in Friuli, l’unico artista che frequentava era me…”

Con la m maiuscola?
“No, anzi, superminuscola… Non credo che avesse grandi interessi per il resto dell’arte che si produceva qui. Né il Friuli sembrava interessarsi a lui: le sue lunghe permanenze estive al castello di Prampero a Tarcento, ora un rudere, erano solitarie. Qui vendette due soli quadri, che io sappia. Ora i friulani si contendono a centinaia di milioni sue opere che avrebbero potuto acquistare a cifre molto più ragionevoli. Ma il friulano è sempre in ritardo”.

Anche adesso?
“Sì, certo. Per esempio, non c’è clientela, non c’è mercato per opere come le mie. Preferiscono cose che hanno agganciò con la realtà, il figurativo. Cose che io rifiuto da 40 anni. Né trovo in Friuli gente con la quale possa intrattenere uno scambio produttivo di idee”.

Ma il legame con Udine e il Friuli non muore mai: qui c’è Lina, ci sono gli gli amici. Comprasti una casa con vigna a Cividale, che fu frequentata da selezionati critici italiani.
“Se devo citare chi ha scritto di me, il primo fu Arturo Manzano; poi vennero Giulio Carlo Argan, Gillo Dorfles, Giuseppe Marchiori, Tommaso Trini, Giovanni Maria Accame, Licio Damiani, Luciano Perissinotto, Tito Maniacco.

Maniacco ti ha raccontato nel video realizzato dalla Provincia di Udine. E’ una lunga intervista in cui spieghi l’evoluzione della tua arte. Tue opere sono esposte in molti musei d’Italia e anche in aziende, edifici pubblici. Trieste ti ha dedicato una mostra antologica nel 1997, Esslingen ha ripercorso 35 anni della tua geometria pittorica. nel ’98. Delle oltre 70 personali, pochissime sono state “friulane” (ricordiamo quella molto bella di Cividale nei primi Novanta), nessuna recentemente.
“E’ vero. E’un pezzo che non faccio mostre in gallerie private. Non solo molto interessato. Ora per questo nuovo periodo, sto valutando. Ma dovrò avere più materiale per poterci pensare. Quindi credo che ci vorrà un po’ di tempo”.

Il libro che uscirà per Campanotto: quasi un’autobiografia, anche minimale, con i nomi dei compagni di studi, degli amici, le foto dei momenti importanti.
“Un’autobiografia no: non riuscirei a staccarmi abbastanza da me stesso. Fa parte di una collana di artisti. Ho collaborato, ma ho lasciato fare a chi scriveva”.

 

Il rapporto con l’architettura

Ciussi ha lavorato molto in collaborazione con l’architettura, in particolare con alcuni architetti, come Gino Valle. “Un’esperienza che mi sollecita. Per creare cerco sempre uno spunto che mi sia dato dalle situazioni che esistono intorno. Per esempio, l’affresco della casa di Valle in piazza Primo Maggio, a Udine, nacque da un giro che feci di notte: mi attirarono le ombre che la luce del crocevia gettava sulle pareti riflettendo il disegno degli archi”.
Recentemente, a Milano, Ciussi ha affrescato il foyer nel nuovo auditorium, intervenendo su 80 metri quadrati di superficie e realizzando un opera colorata, vibrante. E’ stato scelto da Carlo Jucker, cofondatore e presidente dell’Associazione orchestra sinfonica di Milano, collezionista e suo grande estimatore.
Ma sono diverse, anche in Friuli, le realizzazioni “architettoniche”: generalmente affreschi all’interno (il soffitto della sala riunioni della Fantoni di Osoppo) o all’esterno (il municipio di Attimis), oppure altorilievi, come nella Cassa artigiana di Azzano Decimo.

Alessandra Beltrame

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *