Ulderica Da Pozzo, fotografa con l’anima

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“Non è assolutamente portata per le materie artistiche”, scrisse il maestro. Allora Ulderica non fotografava ancora, i suoi erano disegni. “Mi piacevano i colori. Adoperavo sempre colori molto forti. “Tu pitturi come un maschio”, le aveva detto lo stesso maestro. In effetti, la ragazza di Ravascletto era forte anche di tempra. Non si scoraggiò: chiese ai genitori di mandarla al liceo artistico a Venezia. Fu però la famiglia a frenarla: la strada era lunga, proposero un compromesso. “Risposi: o Venezia o niente. Mi rifiutai di andare a Tolmezzo. Così a 15 anni andai a lavorare. Ripensandoci è stato un capriccio, ma ero fatta così. Ero aggressiva. Aggressiva e timida”.
Ancora oggi, che ha 42 anni, Ulderica Da Pozzo conserva quella natura un po’ ribelle, quell’impulsività che però certe sue foto, così nitide, così composte, sembrano non rivelare. Invece non è vero, perché, a ben guardare, le sue immagini mostrano, a chi le osservi per una seconda volta, quel guizzo, quell’intuizione – un certo sguardo, una certa luce, l’accostamento insolito fra cose all’apparenza incompatibili – che quasi le trasfigurano, mettendo un che di irreale nella realtà di ciò che appare. E’ questo il risultato che preferisce.
“Se potessi, fotograferei con gli occhi”, dice Ulderica, perché sa che le sensazioni di un attimo poi passano. E le sue sono sensazioni, visioni, quasi preveggenze, non comuni. Ha appena pubblicato un servizio dedicato al Friuli sulla rivista “Dove”, per cui lavora da tempo. Ad aprile (la vernice è il 28) il Craf di Spilimbergo ospita la personale “Il sogno delle cose” nella Villa Ciani di Lestans. Nel primo caso, il reportage non lascia molto spazio all’estro, privilegiando invece la tecnica; nel secondo, una mostra di immagini scattate nelle vecchie case di Carnia, l’occhio dell’artista sublima i luoghi, i soggetti, creando un mondo a sé, quasi surreale.
Eravamo rimasti a quando, a 15 anni, hai lasciato la scuola per andare a lavorare in un supermercato.
Erano i primi anni Settanta. Mi sono comprata una Kodak Pocket Instamatic, le avevamo tutti in quegli anni. Faceva foto orribili, ma io mi divertivo lo stesso. Siccome facevo il jolly, sostituendo i colleghi assenti, avevo la possibilità di girare e allora fotografavo. Ma non è durata molto perché a 18 anni mi sono licenziata.
Perché volevi fare la fotografa.
Certo. Anche se a Ravascletto le prospettive non erano delle migliori. Ho chiesto un finanziamento a tasso agevolato. I primi anni sono stati durissimi. Facevo la “scattina” sullo Zoncolan per i turisti, avevo i debiti da pagare. Insomma non era proprio quello che avrei voluto fare. Mi ero anche un po’ avvilita”.
Intanto però a Venezia ci sei andata.
Sì, il primo corso di fotografia l’ho fatto a Palazzo Fortuny con Oliviero Toscani. Avevo mandato il materiale attraverso una rivista e mi hanno presa. Era un corso gratuito, due settimane. E’ stata la prima esperienza fuori dai confini locali. Qui frequentavo i fotografi di paese, e certe cose a Ravascletto me le sognavo.
Quando sono cominciati i lavori più importanti?
“Dopo un po’ che facevo la scattina, ho avuto l’occasione di fare la mia prima mostra, all’albergo La Perla. Poi è venuto il primo lavoro, con Ferruccio Montanari, per la Comunità montana.
Mamma casalinga, papà piccolo imprenditore. Ma in famiglia c’era uno zio fotografo.
E’ stato sicuramente un’ispirazione. Nel suo negozio, c’erano i paesaggi su lastra, poi tanti matrimoni, conservo tutti suoi negativi, un patrimonio della Carnia degli ultimi anni. Mi piacerebbe fargli una mostra. Mi ha lasciato la sua Rolleiflex biottica, che è favolosa. Neanche la Hasselblad è così.
Fotografi da 25 anni, il tuo archivio è vastissimo. Ti senti una testimone della memoria? Delle cose che oggi ci sono e domani forse non più?
Oh, no. Non sono testimone di niente. Fotografare è un mio piacere, una cosa che mi piace fare. Non penso mai che ciò che ritraggo diventi poi una testimonianza. Assolutamente no.
E il tuo libro sui vecchi? “Il fum e l’aga” è stato una formidabile intuizione, ma anche un documento di eccezionale valore: fotografare gli ultranovantenni della Carnia e raccogliere le loro storie. Neanche lì ti sei sentita coinvolta dalla necessità di imprimere un ricordo che andava perdendosi?
Ho sempre avuto questo grande piacere di guardare i volti delle persone anziane. Ho in mente certi ritratti dei vecchi capi indiani d’America, che dentro hanno un mondo intero. Questo ho cercato di fare: raccontare il loro mondo attraverso gli sguardi, la profondità delle loro rughe e dei loro pensieri. Se poi ho testimoniato qualcosa, è accaduto. Poi, mi sono sempre trovata in sintonia con i vecchi: ci capiamo al volo. Le cose che mi hanno raccontato sono il frutto di questa corrispondenza”.
Italo Zannier ha scelto, per la mostra “Paesaggio friulano”, due foto tue di cimiteri.
“Ho fotografato molto i cimiteri. Quelli di montagna. E’ una cosa che mi incuriosisce. Sono sempre stata attratta dalla morte, anzi dal rapporto tra vita e morte. Ma lo faccio con pudore, non entro, osservo da fuori, ho fatto degli scatti dall’alto di un campanile mentre c’era il funerale, per non disturbare”.
Adesso fai una mostra a Lestans. Ma potresti farne molte di mostre: aprendo i tuoi cassetti, si scoprono altre serie inedite: quella che hai chiamato L’altro Friuli, per esempio, Che cos’è?
“E’ il Friuli che non ti aspetti, quello dei contrasti, o delle contraddizioni, oppure semplicemente delle cose messe lì per caso, che sembrano quasi un miracolo per quanto dicono. E’ ovviamente la mia visione, quella ricerca dell’irrealtà, del surreale, nella vita quotidiana. Che è poi quando la magia della fotografia raggiunge il suo massimo”.
Anche tuo marito proviene da una famiglia di fotografi, i Brisighelli. Semplice casualità?
Non lo so. Io facevo già questo mestiere. E lui fa il cartografo… Certo, quando l’ho visto la prima volta non sapevo chi era e mi è piaciuto subito. Poi, però, il primo approccio fu un disastro. Mi imprestò alcuni lavori di suo nonno e io gli ho rotto una lastra. Volevo morire”.
Tuo figlio, Nicolò, adesso è piccolino. Ha cambiato il tuo modo di lavorare?
Sicuramente sì, nel senso che è tremendo e non mi lascia tempo libero… Ho dovuto ridurre molto i miei impegni nel primo anno, adesso ho ripreso.
E lo hai già fotografato molto?
Veramente no. Per niente. Gli finisco qualche rullino quando torno a casa”.
Faresti volentieri a meno delle macchina per fotografare, hai detto. Non hai un buon rapporto con la tecnica?
“Per me fotografare è una magia. La macchina è solo un oggetto, un mezzo. Sono cresciuta in mezzo alla natura. Ho imparato a respirare quest’aria di montagna, a riconoscere i passaggi di stagione, a sentire se cambiava il tempo. Eravamo liberi di giocare nei prati, intorno c’erano cose bellissime, tutto questo mi ha dato una grande ricchezza. Ho sempre cercato di mantenere questa spontaneità. Anzi, credo che una parte del mio cervello non si sia mai sviluppata e mi ha lasciata un po’ bambina”.
Torniamo alla tua infanzia.
“Certo. La mia infanzia è un pozzo da cui pescare. Sempre”.

Alessandra Beltrame
Messaggero Veneto

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