Franca Speranza

Interviste alle donne del Friuli Venezia Giulia.

“Una bella foto? Deve dare gioia”. Va da sé che non le piacciono certe foto di denuncia. Soprattutto se servono per vendere. “Mi fanno rabbrividire. Ci sono fotografi che indugiano sulle disgrazie. Non è la mia idea di fotografia. E’ molto più facile scioccare la gente che renderla felice”. Franca Speranza è una che se ne intende: incarna per un bel pezzo l’immaginario visuale italiano degli ultimi 15 anni. Il suo nome oggi rappresenta un’agenzia fotografica fra le prime in Italia, un archivio di 25 mila immagini in cui troviamo reportage e ritratti che sono la nostra memoria, il nostro vissuto collettivo, che è poi parte della nostra crescita sociale, civile, della nostra conoscenza del mondo. Fra le ultime rimaste impresse sulle nostre retine, le donne che fanno ginnastica in Iran, pubblicate dal settimanale femminile “Io donna”: un piccolo passo verso l’emancipazione agognata. Dietro quelle foto s’intuiscono l’umiliazione, la sofferenza, il coraggio, pure la denuncia. Dietro, però. Sono le foto preferite da Franca Speranza. Sono anche un po’ l’emblema della sua filosofia di vita. “Le amiche mi dicono che coltivo molto l’understatement”. Insomma, non le piace apparire. Forse è anche per questo che ha chiamato semplicemente “La Galleria” l’ultima sua creatura, uno spazio in cui mostrare le sue immagini più belle. Ma quello che vi si espone (il 25 ottobre si è inaugurato “Volga Worlds”, con gli straordinari scatti di Christine de Grancy) è assolutamente da non perdere per la Milano che conta.
Franca Speranza ci accoglie nel loft che ospita la sua agenzia, un vasto spazio, soffitto alto, dove prevale il bianco. Quando vi si trasferì, lo scelse un po’ ai margini delle solite vie del business e dell’immagine. Ma piano piano, la Milano da bere se l’è mangiata tutta quella zona un po’ demodé, dietro corso Buenos Aires, e adesso in via Melzo ci sono gli Internet bar e gli uffici della gente che conta. Adesso vorrebbe acquistarlo – se lo può permettere -, questo meraviglioso open-space dove lavora assieme alle sue 15 collaboratrici – “Tutte donne: sono le migliori” – e a quell’archivio preziosissimo – per la gran parte informatizzato con un sofisticato sistema che permette agli acquirenti di consultarlo direttamente via computer – che serve a settimanali e mensili, ai cataloghi delle aziende, alla pubblicità. “Ma non vogliono vendermelo”, dice con il sorriso di chi sa dove si trova perché conosce bene la strada che ha fatto.
Franca Speranza, lasciò Udine negli anni Sessanta. Una scelta felice?
“Non proprio. Me ne andai perché costretta. Diciamo anche che fu una fuga d’amore. Ero una donna sposata, avevo una figlia. Mi innamorai di un altro. Questo non poteva essere accettato nella Udine di quegli anni. Mio marito chiese la separazione per colpa, fui costretta a lasciare mia figlia. A Udine, per strada non mi salutavano. La famiglia mi respinse: mio padre era un uomo conservatore, tradizionalista, fascista convinto. Non poteva accettare che sua figlia si innamorasse liberamente di un uomo. Io fui sincera: lo raccontai subito, lo dissi a mio marito, un uomo di 16 anni più vecchio che mi era stato imposto da mio padre”.
Fu obbligata a sposarsi: perché?
“Mio padre pensava così di risolvere la mia irrequietezza, la mia voglia di libertà. Mi ero innamorata la prima volta a 17 anni: una fortuna o una disgrazia, non so. Era il mio professore, era uno di sinistra. Chiedevo solo di essere felice, di essere libera. Non mi lasciarono: mio padre invitò quello che sarebbe diventato mio marito a vendere tutti i suoi beni in Venezuela. Arrivò a Udine e mi si presentò: lo aveva fatto per me. Che dovevo fare? Avevo vent’anni. Forse non sarebbe accaduto nulla se non avessi incontrato un giovane professore: Alcide Paolini”.
Udine dunque la respinse e lei partì con il suo compagno per Milano. Non cercava una carriera, ma solo di poter decidere della sua vita. A Milano fu possibile?
“Certamente sì. Era il 1964 e mi sembrò di essere arrivata in un luogo meraviglioso. Nessuno mi chiedeva chi ero. Mentre a Udine non mi era consentito lavorare (avevo trovato lavoro come interprete di tedesco, ma i miei mi ostacolarono), qui trovai subito un’occupazione, era naturale diventare indipendente anche sul piano economico. Il primo impiego fu come analista tempi e metodi”.
Ma in Friuli rimaneva sua figlia.
“No ebbi scelta, ma cercai di essere comunque una madre presente. Ogni 15 giorni andavo a Udine per incontrarla. Fu molto dura. Non volli altri figli con il mio compagno perché sentivo molto forte questa vicinanza con lei. La mia più grande gioia è stata quando, a 18 anni, Monica ha deciso di venire a stare con me, poi abbiamo cominciato a lavorare insieme”.
Come ha iniziato a occuparsi di fotografia?
“Pochi anni dopo essere arrivata a Milano, sono entrata da Grazia neri, la più grande agenzia fotografica italiana. Alcide, che lavorava in Mondadori, seppe che cercavano qualcuno, suggerì il mio nome. Da lui ho ricevuto molto sul piano intellettuale: si può dire sia stato il mio Pigmalione. Quando mi conobbe, scrisse un raccontino su di noi: mi conquistò con il suo cervello. Anche lui, come me, non ci pensava proprio a lasciare Udine, lo fece a causa mia. Poi Milano ha portato fortuna a entrambi”.
Lei è stata anche sposata con Claudio Sabelli Fioretti, che le ha dato un figlio.
“A 36 anni, ho sentito il desiderio di essere nuovamente madre. Ora Giovanni si sta laureando in filosofia. La storia con Claudio è finita dopo dieci anni. La stessa durata del precedente rapporto: si vede che sono destinata a perdere i miei amori a scadenza fissa. Con enorme sofferenza: in entrambi i casi sono stata malissimo. L’ho deciso io – perché alla fine sono sempre le donne a decidere – ma perché ne fui costretta”.
Rimpiange qualcosa?
“Oh, no. Ho vissuto momenti meravigliosi e poi ho toccato il fondo. Ma alla fine si risale. Non rimpiango nulla. E poi è stato proprio quando sono rimasta sola che ho trovato l’energia per mettermi in proprio. Acquistando un’autonomia e una forza ancora maggiori, delle quali sono orgogliosa. Adesso con il mio compagno – è di Trieste, quasi un ritorno a casa: ma ci siamo conosciuti a Camogli, dove vado in ferie – ci si vede nei week-end. Ognuno fa la propria vita e mi piace così”.
Nel 1984, a 46 anni, la decisione di fondare l’agenzia Franca Speranza.
“In un momento in cui non sapevo cosa fare della mia vita, in cui vedevo tutto nero, fui anche licenziata. Mi ero presa una settimana di riposo, Grazia Neri mi lasciò a casa. E’ stata la mia fortuna. Un amico che incontro a Camogli, Giorgio Galli, dice che bisogna credere nelle coincidenze: sembra che le cose avvengano per caso, ma in realtà siamo noi a provocarle. E’ vero. Quello che mi successe, alla fin fine forse era quello che volevo. Cominciai in un sottoscala, una stanza che era un’ex portineria. Assunsi una persona, che poi divennero due, poi quattro…”.
Il successo è stato molto rapido. Cosa l’ha aiutata di più?
“Intanto, cercai subito di caratterizzarmi, non feci una copia dell’agenzia che avevo lasciato. Cominciai come agenzia di reportage, distribuendo in Italia le produzioni di giovani fotografi free-lance di tutto il mondo. Credo che più di tutto mi abbia aiutato l’intuito. Poi ho una certa faccia tosta. Penso che quest’ultima cosa sia un po’ tipica di noi friulani”.
I friulani hanno la faccia tosta?
“Secondo me, certamente sì. Quando dobbiamo ottenere qualcosa, e soprattutto per lavorare, puntiamo subito al sodo. A qualunque costo. Forse anche per ingenuità. Ho contattato fotografi che erano al top del mondo senza pormi alcuno scrupolo. Mi è andata bene, sono venuti a lavorare con me. Poi dell’anima friulana conservo anche una straordinaria propensione al lavoro. Lavoro tanto e, in questo, i friulani sono maestri. Adesso però, a 61 anni, cerco anche di godermi un po’ la vita: lunghi week-end, viaggi, che sono la mia passione. Posso farlo anche perché gran parte del successo di questa agenzia dipende dall’ottimo staff di collaboratrici che mi circonda”. Nella sua agenzia ci sono solo donne. Una scelta deliberata?
“Senz’altro. Le trovo più aperte, più intuitive. Sono tenaci, puntigliose, precise. Credo molto nelle donne. Ho amiche meravigliose, molto vere. Il segreto è proprio questo: essere sé stesse. E mantenere l’autonomia”.
Lei si è specializzata anche nelle foto di arredamento, di architettura, di giardini, e rappresenta agenzie straniere e riviste del settore. Poi ha creato un suo catalogo di foto italiane per l’estero. Ma chi sono i suoi clienti?
“Le maggiori agenzie di pubblicità e le case editrici di riviste e pubblicazioni varie. Posso vendere una singola foto o un reportage. Il settore dell’arredamento ci vede forse primi, ma io non rinuncio mai al mio primo amore: i reportage. Natura, viaggi, società. E ai bravi fotografi: Francesco Cito, Mario D’Agati. E poi Paolo Pellegrin, Francesco Zizola: non sono con me ma mi piacerebbe averli. Noi rappresentiamo fotografi o agenzie straniere in esclusiva, cercando di mantenerci autonomi e sfuggire alla rampante concentrazione del settore, ormai in mano a pochi potenti, come il gruppo Getty o Hachette. Io ho rifiutato di diventare un tramite dei colossi: preferisco l’indipendenza. Anche la galleria che ho aperto va in questa direzione: mostrare cose radicalmente nuove, dare spazio a grandi e poco conosciuti fotografi, perché fuori dai circuiti imperanti”.
La sua galleria, dunque, come ulteriore affermazione di libertà?
“Certo, perché no? Se n’è discusso a Perpignan, al Festival mondiale della fotografia: noi, tutti i giornali del mondo, i fotografi. C’è il pericolo reale dell’omologazione. Tutti hanno le stesse foto, tutti chiedono le stesse immagini, e non se ne esce più: è la fine della creatività, della fantasia, dell’indipendenza. Della libertà”.
Da ragazza si definiva irrequieta. E adesso?
“Lo sono sempre. Lo sono certamente negli affari, sono sempre in movimento. Con il pensiero. E fisicamente: viaggio molto per lavoro. Sono molto contenta di questa mia vita: mi offre molti stimoli, molte conoscenze. E cerco sempre strade nuove, nuove idee. Credo che quest’irrequietezza faccia parte della mia natura. Anche se la mitigo con un aspetto sereno: tutti mi dicono che ho un buon carattere…”.
E’ questo il suo segreto?
“Credo proprio di sì. Che poi vuol dire sapersi dare agli altri. Io sono una che dà molto di sé. non pretendo niente in cambio, né mi aspetto nulla. Poi, però, qualcosa ritorna. Alla fine, ciò che si dà viene sempre riconosciuto”.

Alessandra Beltrame
Messaggero Veneto, 2000.

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