Donne in guerra

Chi sono, cosa fanno.
Su tutti fronti, anche quello della pace.

Laura, Jessica, Simona & le altre. Guidano gli elicotteri gonfi di marines da scaricare sul fronte. Dirigono l’ospedale in mezzo ai campi minati. Urlano in piazza la fedeltà al regime. Portano l’acqua a Bassora che muore di sete sotto le bombe. Anna, Condy, Gabriella, Lisa e tante altre ancora. Quelle che raccontano in diretta mentre passano i B52, quelle hanno inviato i B52, quelle che vogliono fermare i B52.
Mai come in questa guerra le donne sono su tutti i fronti. Le avevamo già viste soldatesse in guerra. Ora sono in prima linea: nell’esercito americano possono ricoprire il 91 per cento dei ruoli dei loro colleghi maschi, in aviazione la quota sale al 99%. Pilotano elicotteri, aerei a ricognizione, cacciabombardieri. Nella prima guerra del Golfo erano già state catturate (e uccise), ma è la prima volta che vediamo il volto di una prigioniera in mondovisione. E poi, le inviate: mai così tante, e in condizioni così difficili, in una Baghdad dall’aria irrespirabile, sempre più assediata, sempre più infernale. Le conoscevamo mogli di soldati, le incontriamo mamme guerriere e guerrigliere. Ma anche instacabili messaggere di pace, tessitrici di dialoghi che sembrano impossibili, manager della solidarietà e dell’emergenza. Hanno rinnovato i loro ruoli storici, di assistenza e di cura, e sono diventate sempre più indispensabili. Capaci di incidere, dunque, non più ai margini, ma protagoniste. Artefici fino in fondo, nel bene e nel male, di una fase cruciale che segnerà il nostro mondo prossimo venturo.

Laura & le altre
La mamma che va alla guerra, come l’ha etichettata il settimanale “Time” mettendo in copertina il suo volto con l’elmetto mimetico, è il tenente colonnello Laura Richardson. Ha 39 anni e comanda il quinto battaglione della storica 101esima brigata aviotrasportata “Screaming eagles”, aquile urlanti. Guida gli elicotteri Black Hawks che calano i soldati sulle prime linee. Il marito Jim, 42 anni, pilota invece gli “Apache”. Stanno combattendo assieme. A casa, in Kentucky, hanno lasciato Lauren, 14 anni. Le coppie di soldati sono sempre più numerose nell’Esercito statunitense: anche Christina e Marcellus Moore, 22 e 25 anni, sergente lei e marine scelto lui, da mesi di stanza in Kuwait, hanno lasciato i figli di uno e due anni accuditi dai parenti in Carolina del Sud. L’Esercito è sempre più una questione di famiglia, con più donne (circa il 15% in quello americano, l’8% in quello inglese), più mamme. Ma c’è chi dice no: il soldato Jennifer Washington ha lasciato la divisa per restare con il figlio, mentre il papà è già in Medio Oriente. Molte anche le soldatesse afroamericane e di minoranze etniche. Come la nera Shawna Johnson, 30 anni, single con un figlio di due anni, catturata dagli iracheni e mostrata in tv. O la pellirossa Lori Anne, 22 anni, anche lei madre di due bambini, dichiarata, i primissimi giorni del conflitto, “missing in action”, dispersa, così come la giovanissima Jessica Lynch, 19 anni, una biondina di Palestine, West Virginia, che si è arruolata, ha spiegato il padre, perché non trovava lavoro. Donne in armi sono anche le fedayn di Saddam Hussein che imbracciano i Kalashnikov per le vie di Baghdad, e le “peshmerga” (significa “che guardano la morte in faccia”) che da 40 anni, alla pari degli uomini, lottano nel nord Iraq per il Kurdistan libero.

Lisa
Lisa Clark è americana e vive a Firenze. Nella sua città, il Social forum europeo ha trasformato i gruppi no global, contro la globalizzazione, in no war: contro la guerra. Un esercito pacifico che continua a “occupare” strade e piazze, e nel quale Clark nei suoi momenti liberi (è interprete) è in prima linea, con i “Beati costruttori di pace”, con la rete Lilliput. A dicembre era in Iraq, perché “è importante, in una situazione di conflitto, incontrare le persone, parlare con loro, stringere le loro mani, ricordare le loro parole. Diceva Virginia Woolf che le donne sono portate per la pace, perché non ragionano per grandi concetti astratti come gli uomini, ma per progetti piccoli e concreti, in cui il fattore umano è molto prsente. Non so se sia vero per tutte, ma io ci credo”. In una Sarajevo sotto assedio ha fatto la postina – “era importante che le persone potessero comunicare fra di loro” -; essere pacifista per lei significa “dare voce a chi non ha voce, alla gente non violenta, alla gente comune, che dalla guerra ha solo da perdere e che non ha accesso ai mezzi di informazione”. Respinge con forza l’accusa rivolta ai pacifisti di essere antiamericani e “alleati” di Saddam. “Fummo noi a denunciare per primi le sue atrocità contro i curdi, quando era il beniamino dell’Occidente. E tanti americani ora scendono in piazza con me qui in Italia e nel mondo. Sentiamo più viva la colpa, ma anche l’orgoglio di essere riusciti a ricostituire una grande forza di opposizione che piano piano dai tempi dei Vietnam si era affievolita. Facciamo veglie di preghiera, incontri nelle scuole, la gente ha tanta voglia di parlare, di superare la paura del futuro stando assieme”.

Saya
Saya Karim Ahmad lavora per Emergency dal 1998. Lo fa “per alleviare le sofferenze del suo popolo causate da anni in guerra”, spiega via e-mail. Dal Kurdistan iracheno lavora a stretto contatto con Teresa Sarti, presidente di Emergency e moglie del chirurgo Gino Strada, e con Donatella Farese, coordinatrice del programma per il nord Iraq. E’ dirigente amministrativo dell’ospedale di Sulaymaniyah nel nord Iraq, dove si sono aperte le ostilità fra le forze di Saddam, i curdi che controllano la regione e gli anglo-americani loro alleati. Adesso che le forze Onu hanno abbandonato il Paese a seguito dello scoppio del conflitto, “la nostra presenza con un’unità chirurgica internazionale è diventata importantissima”. Nella regione, in parte verde e in parte montuosa, vivono 3 milioni e mezzo di persone. Per la guerra tengono disponibili e liberi un centinaio di letti nei due ospedali (l’altro è a Erbil, in tutto hanno 240 posti) Nei due centri, e in quello di riabilitazione di Dohuk (molti gli amputati a causa dell’esplosione accidentale di mine seppellite ovunque) lavorano circa 720 persone. “Qui diciamo che le donne sono la metà della società e sono le madri dell’altra metà”.

Anna, Giovanna, Lilli & le altre
Che siamo le più motivate, o forse le più “adatte” a porgere le notizie dei bombardamenti, le donne inviate sono nettamente preferite dai network italiani. A farne l’elenco non si finisce più: Vera Baldini, Giovanna Botteri, Tiziana Ferrario, Lilli Gruber, Mimosa Martini, Monica Maggioni, Anna Migotto, Gabriella Simoni. Quelle “embedded”, intruppate con l’esercito angloamericano, devono rispettare i comandi militari, le altre devono obbedire ai limiti imposti dal Governo iracheno, altrimenti sono espulse. La libertà è dunque fragile, e rischio di fare da megafono alla guerra-videogame e agli opposti schieramenti è dietro l’angolo.
Ma vale comunque la pena esserci. “E’ un dovere, spiega

Laura Boldrini
Ha chiesto 60 milioni di dollari per gestire la prima emergenza dei profughi che fuggiranno dalla guerra; gliene hanno dati 25. Farà il possibile, come sempre. “Chi fa le guerre dovrebbe calcolare anche ai costi umanitari, invece diventano l’ultimo pensiero”, afferma mentre sta per partire per Amman, Giordania, dove coordinerà i campi di accoglienza a ridosso del confine con l’Iraq. Allo scoppio della guerra, il personale Onu è uscito da Baghdad, la sconfitta della diplomazia internazionale è un altro nemico contro cui si battono le agenzie come l’Alto commissariato per i rifugiati di cui Laura Boldrini, 41 anni, di Jesi, è portavoce. Laurea in Legge, giornalista ed ex addetta stampa alla Fao e al Programma alimentare mondiale delll’Onu, Boldrini, responsabile Unhcr dal 1998, distingue quella irachena fra le varie crisi che ha dovuto gestire per “il grande impoverimento della popolazione a causa delle guerre e dai 12 anni di embargo: la gente ha venduto tutto ciò che possedeva”. Fra Giordania, Siria, Iran sono stati preparati rifugi e beni di prima necessità per 300 mila persone, ma altri ne servono. E presto. Eppure “ci mancano costantemente i mezzi e le risorse”, confessa, “e questo mi suscita un sentimento di frustrazione. Possiamo dare solo ciò che serve a queste popolazioni per non morire di stenti. E penso anche a tutte le crisi “dimenticate”, dove i fondi sono ancora meno, ma la gente continua a morire”.

Condoleeza Rice
Ecco il Condolezza-pensiero: “Non vogliamo per i nostri popoli nient’altro che la sicurezza… Dobbiamo far fronte alla peggiore minaccia dei nostri tempi: il legame tra regimi fuorilegge, le armi di sitruzione di massa e il terrorismo. Quanto più migliorerà la sicurezza, tanto più celermente gli sforzi per i soccorsi e per la ricostruzione saranno in grado di avanzare in molte zone dell’Iraq”. Sorride sempre meno la dura Condolezza Rice, atteggiamento singolare per una donna che il padre ha chiamato “con dolcezza” (sbagliando la trascrizione all’anagrafe) perché gli piaceva la musica italiana. Ma è una musica un po’ diversa quella che suona il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, un ruolo paragonabile al nostro Ministero della difesa, che la nera Condy svolge in perfetta sintonia con il Presidente con cui condivide anche un passato di alta dirigente per le corporation del petrolio. In questa guerra è instancabile: l’ha fortemente voluta, e la sta guidando con molto protagonismo. Anche se l’asprezza della battaglia di terra, e i primi morti suoi due fronti, forse, hanno affievolito i suoi toni duri in pubblico. Ma è la donna più potente del mondo, non ha bisogno di mostrare i muscoli.

Le donne di Al Jazeera.
In un’area del mondo dove le donne per tradizione non lavorano, sono un terzo dei dipendenti della tv satellitare Al Jazeera, la tv che ha il merito di fare un’informazione di qualità non filo-occidentale e dunque di mostrare una faccia diversa di ciò che sta accadendo. Sono arabe arrivate da ogni parte del mondo: chi viveva a Londra o a Parigi, chi a Beirut e al Cairo, si sono trasferite a Doha nel Qatar. Sono speaker, giornaliste, producer, operatrici video. Moltissime le anchorwoman: “Siamo più brave, il pubblico ci preferisce”, spiega Joummana Nammour, 31 anni, uno dei volti più popolari. Pochissime le inviate. Guardano con invidia le italiane. “Qui i reporter uomini sono preferiti a noi e questo ci fa arrabbiare” confessa Dima Khatib, 30, producer siro-palestinese. veste abiti occidentali, ma ha accanto a sé colleghe velate.

Simona Torretta, “Un ponte per”…
Simona Torretta è partita per Bassora un paio di giorni dopo lo scoppio del conflitto. Studente di antropologia all’università La Sapienza di Roma, coordina per l’associazione “Un ponte per” il progetto Assurbanipal per l’interscambio culturale tra gli atenei italiani e iracheni.


Ma oggi in Iraq non si occupa di progetti culturali, bensì di aiuti umanitari primari. Come portare l’acqua alle famiglie della secondo città del Paese, dove la temperatura è già salita oltre i 40 gradi e dove i bombardamenti hanno gravemente danneggiato gli acquedotti. In gioco c’è la vita di migliata di bambini, che l’embargo ha decimato. “Prima dello scoppio di questa guerra, in Iraq morivano 300 bambini al giorno” racconta Lello Rienzi per conto di Simona (da Bassora i collegamenti con lei sono difficilissimi). “Nel nostro dispensario di Baghdad abbiamo curato dal 1991 diecimila bambini. La prima causa di mortalità infantile sono le malattie gastro-intestinali. Secondo il rapporto Onu, solo a Bassora ci sono 100 mila bambini sotto i 5 anni a rischio di infezioni gravissime. Ma complessivamente i numeri sono impressionanti: l’Unicef calcola che siano 18 milioni gli iracheni che vivono in condizioni di insicurezza alimentare. Qui c’è tanto da fare. E la guerra non migliora certo le cose”.

Alessandra Beltrame
Grazia, Aprile 2003.

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